La leadership comincia quando smettiamo di aspettare Qualcuno
«Finché aspettiamo Qualcuno, siamo spettatori. Quando decidiamo di essere noi quel Qualcuno, comincia la leadership.»
Leo Ferrante
Mi è capitato tante volte. Durante una riunione. In ufficio. In un gruppo di lavoro. Nello sport. Ma anche nella vita di tutti i giorni.
C’è un problema. Tutti lo vedono. Qualcuno lo segnala. Qualcun altro annuisce. Un altro ancora spiega, magari molto bene, perché quel problema esiste. Poi arriva, pronunciata o semplicemente pensata, una frase che conosciamo tutti: «Qualcuno dovrebbe fare qualcosa.»
E ogni volta che la sento, o che mi accorgo di averla pensata anch’io, mi viene spontanea una domanda: «Chi è questo Qualcuno?»
Ho deciso di scriverlo con la lettera maiuscola proprio per questo. Perché Qualcuno è uno dei personaggi più presenti nelle nostre organizzazioni e nelle nostre vite. Eppure nessuno lo ha mai incontrato.
Qualcuno dovrebbe decidere. Qualcuno dovrebbe intervenire. Qualcuno dovrebbe assumersi la responsabilità. Qualcuno dovrebbe cominciare.
E noi? Noi aspettiamo …
ANCH’IO HO ASPETTATO QUALCUNO
Non voglio raccontare questa storia mettendomi dalla parte di chi conosce già la risposta. Anch’io ho aspettato Qualcuno.
Anch’io, qualche volta, ho pensato che non spettasse a me. Che non avessi il ruolo, gli strumenti o l’autorità per intervenire. E a volte avevo persino ragione. Perché non tutto dipende da noi.
Con il tempo, però, ho imparato a sostituire una domanda: «A chi spetta?» con un’altra: «Che cosa posso fare io?»
Sembra una differenza piccola ma non lo è. La prima domanda cerca un responsabile. La seconda mi rende responsabile almeno della parte che dipende da me.
Ed è proprio lì che, secondo me, comincia la leadership.
LA LEADERSHIP NON È UN GRADO
Negli anni ho avuto la possibilità di osservare la leadership da vicino. Ho incontrato persone con grandi responsabilità, titoli importanti e ruoli prestigiosi. Ma ho incontrato anche uomini e donne che non avevano bisogno di un titolo per essere ascoltati. Erano quelli verso cui gli altri si voltavano spontaneamente nei momenti difficili.
Non perché avessero sempre la risposta giusta. Ma perché erano disposti a fare qualcosa che molti evitavano: il primo passo.
È una lezione che porto con me.
Un ruolo può conferirci autorità.
Un incarico può attribuirci responsabilità.
Un grado può definire la nostra posizione.
Ma nessuna di queste cose, da sola, ci rende leader. L’autorità può essere conferita. La leadership deve essere esercitata.
«COMINCIO IO»
Più passa il tempo, più penso che due delle parole più potenti della leadership siano anche tra le più semplici: «Comincio io.»
Non significa «faccio tutto io». Non significa “decido io”. La leadership può esprimersi anche attraverso responsabilità distribuita, collaborazione e capacità di auto-organizzazione..
Significa: non userò ciò che non dipende da me come alibi per non fare ciò che dipende da me.
Se manca dialogo, comincio io ad ascoltare.
Se manca fiducia, comincio io a mantenere la parola data.
Se tutti vedono un problema, comincio io a proporre una possibile soluzione.
Se ho sbagliato, comincio io ad ammetterlo.
Se una persona merita un riconoscimento, comincio io a dirglielo.
Non sempre funzionerà. Non sempre qualcuno ci seguirà. Ma avremo fatto qualcosa di importante: avremo smesso di essere soltanto spettatori ininfluenti.
OGNUNO, QUALCUNO, CIASCUNO E NESSUNO
C’è un breve intervento di Sergio Marchionne, alla cui leadership destrutturata ho dedicato un precedente approfondimento, che trovo particolarmente adatto a questa riflessione.
È costruito intorno alla storia di Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno e al tema dell’assunzione di responsabilità. Il video riprende la poesia attribuita a Charles E. Osgood.
Vale poco più di un minuto, ma il messaggio arriva dritto al punto: quando tutti aspettano che sia Qualcuno ad agire, il rischio è che alla fine non agisca Nessuno.
Nel suo intervento, Sergio Marchionne richiama la storia dei quattro personaggi simbolici: Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno.
Ognuno, qualcuno, ciascuno e nessuno
Lasciati ispirare dalla poesia “Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno” di Charles E. Osgood.
Questa è la storia di 4 persone, chiamate Ognuno, Qualcuno, Ciascuno e Nessuno.
Il gioco di parole è semplice, quasi leggero. Ma dietro nasconde un meccanismo che conosciamo bene: quando la responsabilità appartiene genericamente a tutti, rischia di non essere assunta concretamente da nessuno.
E allora la domanda torna inevitabilmente a noi: «se tutti aspettano Qualcuno, chi farà il primo passo?»
IL CORAGGIO DEL PRIMO PASSO
C’è una ragione per cui aspettiamo Qualcuno. Fare il primo passo significa esporsi. Possiamo sbagliare, essere criticati. Possiamo persino scoprire che la nostra idea non era quella giusta. Ma anche imparare dagli errori e allenarsi a commetterne meno fa parte del percorso di crescita di un leader. Ma con il tempo ho imparato che guidare non significa avere sempre ragione. Significa essere disposti ad assumersi la responsabilità di una scelta senza avere la garanzia del risultato.
Ascoltare. Valutare. Agire. E, quando serve, avere l’umiltà di correggere la rotta.
Forse il coraggio non è assenza di dubbio. È riuscire a fare il passo successivo nonostante il dubbio.
LA LEADERSHIP SI ALLENA
Da questa convinzione nasce anche il nome di questo blog: Alleniamoci alla leadership!
Perché alla leadership, appunto, ci si allena. E non soltanto nelle grandi decisioni.
Ci alleniamo quando:
- manteniamo una promessa;
- ascoltiamo qualcuno che la pensa diversamente da noi;
- ammettiamo un errore;
- riconosciamo agli altri i loro meriti;
- scegliamo ciò che riteniamo giusto anche se sarebbe più comodo fare altro.
Sono piccoli gesti. Ma sono sempre più convinto che la leadership dei grandi momenti si costruisce attraverso le piccole scelte dei giorni normali, perché è proprio nelle situazioni reali e nei momenti di maggiore difficoltà che emerge ciò che abbiamo allenato nel tempo. Ci alleniamo prima che serva.
Perché quando servirà davvero, difficilmente avremo il tempo di improvvisare chi vogliamo essere.
«La leadership non comincia quando qualcuno ci segue. Comincia quando qualcuno deve fare il primo passo.»
Leo Ferrante
ALLENIAMOCI ALLA LEADERSHIP!
Vi propongo allora un piccolo esercizio. La prossima volta che ci sorprenderemo a pensare: «Qualcuno dovrebbe fare qualcosa…» fermiamoci.
E facciamoci tre domande:
- Che cosa dipende da me?
- Qual è il più piccolo passo utile che posso compiere?
- Cosa accadrebbe se cominciassi io?
Forse scopriremo che non possiamo fare nulla. Ma qualche volta potremmo scoprire qualcosa di molto diverso. Che stavamo aspettando un’autorizzazione che nessuno doveva concederci. Che anche altri stavano aspettando. Che il nostro primo passo rende possibile quello di qualcun altro. Ed è in quel momento che la leadership smette di essere una teoria, un ruolo o una parola scritta su un curriculum.
Diventa una scelta. Piccola. Personale. Quotidiana. «Comincio io.»
Forse è proprio questo che ho imparato. Possiamo trascorrere molto tempo aspettando Qualcuno. Qualcuno più autorevole. Più importante. Più competente. Più coraggioso.
Poi, un giorno, ci accorgiamo che Qualcuno non arriverà. E forse non è una cattiva notizia. Forse è semplicemente arrivato il nostro turno. Non aspettare Qualcuno.
Qualcuno sei tu!
E se quel Qualcuno fossi tu?
Quante volte ti è capitato di aspettare che fosse Qualcuno a fare il primo passo? E quante volte, invece, hai deciso di diventare tu quel Qualcuno?
Raccontami nei commenti un’esperienza in cui hai scelto di non aspettare e di assumerti la responsabilità del primo passo.
La tua esperienza potrebbe essere d’ispirazione per qualcun altro.
Perché la leadership non si racconta soltanto. Si allena. insieme.
Se vuoi continuare questo percorso, puoi trovare altri spunti ed esercizi nella sezione “Esercitarsi alla leadership”: perché la leadership non si impara soltanto leggendo, ma osservando, sperimentando e mettendosi alla prova.


Buonasera.
Comincio io non è solo una frase ma a volte viene vista come una promessa, un impegno e una dimostrazione di coraggio. Sono 3 parole apparentemente semplici ma ogni persona la vede in maniera diversa in base a quello che ha dentro. Il Comincio io di qualcun altro viene visto come un liberarsi dalle responsabilità, di non doversi impegnare occupando del tempo che potresti dedicare a qualcos altro. Il Comincio io di qualcun altro può essere fatto da chi realmente ci si aspetta quel passo avanti, come dimostrazione di essere un leader e non solo un Comandante che pretende il rispetto per la figura che ricopre, ma dimostra che tiene alla crescita e al rispetto di ogni singolo componente del proprio Team, che sia militare, medico o in qualsiasi altro ambito lavorativo o scolastico.
Comincio io a volte è una dimostrazione di coraggio perché ognuno ha paura di quello che non si conosce, può essere un esame, una dimostrazione o qualsiasi altra cosa che ci faccia uscire dalla nostra Comfort Zone. Comincio io è il sospiro di sollievo di colui che rimane nell ombra, coperto dalle gesta di qualcun altro, di colui che vuole trovare tutto impiattato e magari prendere il merito di quello che ha costruito quello prima di lui.
Comincio io è una dimostrazione di coraggio e un prendere la responsabilità dei propri pensieri e dei propri ideali. Lavorare con gente che dice COMINCIO IO sarebbe l onore più grande che si possa avere perché non gestisci e basta ma stai in prima linea dando l esempio e non è da tutti.
Grazie Vito per questa riflessione così profonda.
Hai colto un aspetto fondamentale: “Comincio io” non rivela soltanto chi sceglie di esporsi, ma anche l’atteggiamento di chi gli sta intorno. C’è chi raccoglie quell’esempio e trova il coraggio di partecipare, ma anche chi lo considera un’occasione per sottrarsi alle proprie responsabilità.
La vera leadership, però, nasce proprio lì: nel fare il primo passo senza la certezza di essere seguiti, assumendosi la responsabilità delle proprie idee e mettendosi in prima linea. Perché il rispetto autentico non deriva soltanto dal ruolo o dal grado, ma dalla coerenza tra ciò che chiediamo agli altri e ciò che siamo disposti a fare personalmente.
E hai ragione: lavorare con persone capaci di dire “Comincio io” è un privilegio. Ma riuscire a trasformare quel primo passo in un movimento condiviso è forse la sfida più bella di ogni leader.
Un caro saluto,
Leo
Buon giorno a tutti. Interessantissima riflessione dove la leadership diventa uno strumento anche e soprattutto risolvere problemi di carattere comunitario. O almeno questa è stata la mia percezione. Nella mia esperienza, seppure piccola, se la leadership diventa uno strumento per la risoluzione di un problema comunitario, allora bisogna avere molta empatia per capire la comunità ed essere sincroneizzata con essa, per poterla esercitare e per poter effettivamente essere efficacie nella risoluzione. Quindi la problematica principale dell esercitare la Leadership o essere Guida, è quella principalmente di essere purificato dagli egoismi personali, ma essere strumento della comunità, per poterla servire al meglio grazie alle nostre caratteristiche umane.
Da qui vedo e rivedo i miei limiti di intervento. Non prendo decisioni, ma perché? Perché magari non sono puro, e questo non mi dà quell autorità di poter esercitare una mia soluzione a livello comunitario, perché la mia coscienza in realtà non è certa nella rettitudine. Allora ben venga la titubanza che altro non è in questo caso che un esercizio, anche inconscio, delle Virtù Cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.
Con questa piccola disamina, intendo dire che forse il vero leader e la vera leadership vengono fuori quando la persona si sente pure e si sente di lottare per una giusta casa. Forse molte problematiche di oggi non sono le persone nell esercizio del comando, ma il perché che non accettano interiormente. I Leader prima di tutto, credono in qualcosa.
Grazie per l opportunità di poter scrivere su questo gruppo ma soprattutto di poter leggere quanti partecipano con le loro esperienze, per far sì che il nostro vivere, sia soprattutto una crescita.
Grazie
Grazie davvero Stefano per questa riflessione così profonda.
Hai introdotto un elemento essenziale: la leadership non consiste soltanto nel prendere l’iniziativa, ma anche nel chiedersi con quale intenzione, al servizio di chi e per quale causa decidiamo di agire.
Condivido il richiamo all’empatia e alle virtù cardinali. Prudenza, giustizia, fortezza e temperanza possono aiutarci a distinguere il coraggio dall’impulsività, il servizio dal protagonismo e la convinzione personale dalla pretesa di imporre agli altri la nostra soluzione.
Aggiungerei però una sfumatura: forse non dobbiamo aspettare di sentirci completamente “puri” per agire, perché nessuno di noi è del tutto libero da limiti, interessi o contraddizioni. Possiamo invece allenarci a riconoscerli, interrogarli e impedire che siano loro a guidare le nostre scelte.
Hai ragione anche sul “credere”. Prima di “Comincio io” viene probabilmente una domanda ancora più profonda: “In che cosa credo e perché vale la pena mettermi al suo servizio?”
Forse il leader autentico non è chi si sente sempre certo di avere ragione, ma chi cerca con onestà una causa giusta, ascolta la comunità e mette le proprie qualità al servizio del bene comune.
Grazie per aver aggiunto questa dimensione spirituale ed etica al nostro allenamento alla leadership.
Un caro saluto,
Leo
Rispondo con un sentimento che ha profondamente ispirato la mia vita, cerco di descriverlo nel modo seguente: Quando lasciai definitivamente il servizio attivo nell’Esercito di ritorno dalla mia ultima missione in Afghanistan era il 2008, avevo 47 anni ed ero ancora forte, lucido e pieno di energia. Torno a casa, a Milano e cerco per l’ennesima volta di costruirmi una vita diversa. Rientro nell’industria come dirigente e lavoro sodo non più in grosse multinazionali ma in medie imprese nella Brianza, ma come in tutte le altre volte in cui sono tornato a casa dalle missioni e incarichi in uniforme, riponendola nell’armadio, intuivo che mancava qualcosa di essenziale. Mia moglie scherza dicendo che, persino alla età attuale di 65 anni, se l’Esercito iniziasse a richiamare uomini della mia età, io sarei il primo della fila. Ora vi dico che cosa mi manca davvero. Erano il cameratismo e uno scopo. Questi due elementi sono profondamente intrecciati con la vita militare. Quando presti servizio, la tua identità è chiara. Conosci il tuo ruolo, conosci la tua missione e sai qual è il tuo posto. Soprattutto, appartieni a qualcosa di più grande di te. Tutto ruota attorno all’unità, al peso condiviso, alla missione collettiva. Quando si toglie l’uniforme, tutto questo può svanire all’improvviso. Si entra in quella che molti veterani descrivono come una nuova normalità e sotto gli aspetti pratici della transizione si cela una domanda molto più profonda: chi sono adesso? Questa difficoltà non ha nulla a che vedere con la debolezza. I veterani tornano a casa con capacità straordinarie, come leadership, disciplina, precisione e resilienza. Ma, sul piano emotivo, molti si sentono privi di punti di riferimento, lontani dal cameratismo e dallo scopo che un tempo davano struttura a tutta la loro vita. Ecco, credo di aver provato e di provare questo, benché mi capiti di parlare raramente e apertamente di simili questioni. Però adesso ho deciso di dirlo perché è ciò che tanti veterani continuano ancora a cercare molto tempo dopo la fine di ogni missione.
Caro Filippo,
le tue parole meritano rispetto, perché raccontano una transizione che dall’esterno può apparire professionale, ma che interiormente coinvolge l’identità più profonda di una persona.
L’uniforme può essere riposta nell’armadio, ma ciò che ha rappresentato non viene deposto con la stessa facilità. Restano il bisogno di servire uno scopo, il valore del cameratismo, il peso condiviso della responsabilità e quella straordinaria sensazione di appartenere a qualcosa di più grande di sé.
Hai scritto che molti veterani continuano a cercare tutto questo anche dopo la fine dell’ultima missione. Credo che il tuo “Comincio io” sia proprio nell’aver deciso di dirlo, trasformando un sentimento personale in una testimonianza collettiva.
Forse non si smette mai davvero di servire. Cambiano l’uniforme, il luogo e la missione, ma rimane la disponibilità a mettersi in prima fila. Oggi lo hai fatto ancora una volta, scegliendo di parlare per primo. E quando qualcuno trova il coraggio di dare un nome a ciò che molti provano in silenzio, quel qualcuno sta già tornando a fare squadra.
Un caloroso saluto,
Leo
Leo, ho letto con attenzione il tuo articolo e condivido profondamente il messaggio che vuoi trasmettere.
Personalmente, credo che la leadership inizi proprio dalla capacità di fare il primo passo. Troppo spesso siamo portati ad aspettare che siano gli altri a prendere un’iniziativa, a risolvere un problema o a cambiare qualcosa, dimenticando che il cambiamento può partire anche da noi.
La nostra esperienza, Tu come Comandante e io come Vice Comandante, mi ha permesso di comprendere ancora meglio quanto siano importanti la responsabilità personale, la fiducia reciproca e la condivisione degli obiettivi. Ho sempre pensato che un rapporto di comando efficace non si fondi soltanto sulla distinzione dei ruoli, ma soprattutto sulla capacità di collaborare, sostenersi e assumersi insieme la responsabilità dei risultati.
A mio avviso, assumersi le proprie responsabilità significa non cercare alibi, non limitarsi a individuare ciò che non funziona e soprattutto non aspettare che qualcuno ci dica cosa fare. Significa avere il coraggio di mettersi in gioco, prendere iniziative e trasformare le parole in azioni concrete.
Credo che un vero leader non sia semplicemente chi indica agli altri la strada, ma chi ha il coraggio di iniziare a percorrerla per primo, consapevole che il proprio esempio può diventare uno stimolo e un riferimento per chi gli sta intorno.
C’è una cosa in cui credo particolarmente… non possiamo pretendere dagli altri comportamenti che noi per primi non siamo disposti ad adottare.
Allo stesso tempo, ho sempre ritenuto che la vera forza di una squadra nasca quando ciascuno, indipendentemente dal ruolo che ricopre, sente propria la responsabilità del risultato comune.
In fondo, la leadership non si misura da quanto siamo bravi a dire agli altri cosa fare, ma dalla disponibilità a essere i primi a fare ciò che riteniamo giusto, coinvolgendo e valorizzando chi ci sta accanto.
Per me… meno aspettative sugli altri, meno parole e più responsabilità, iniziativa ed esempio personale.
Io credo che una delle lezioni più importanti che possiamo portare con noi da qualsiasi esperienza di comando sia questa…. prima di chiedere agli altri di fare un passo, dobbiamo essere disposti a farlo noi per primi.
Carissimo Ciccio,
grazie davvero per queste parole, che acquistano per me un valore ancora più profondo perché nascono da un’esperienza di comando vissuta insieme.
Hai ragione: un rapporto efficace tra Comandante e Vice Comandante non può fondarsi soltanto sulla distinzione dei ruoli. Ha bisogno di fiducia reciproca, condivisione degli obiettivi e disponibilità ad assumersi insieme la responsabilità dei risultati.
Nel nostro percorso ho potuto contare sulla tua lealtà, sulla tua iniziativa e sulla tua capacità di esserci concretamente, senza aspettare che qualcuno ti indicasse ogni volta il passo da compiere. E credo che proprio questa fiducia reciproca ci abbia permesso di affrontare responsabilità e difficoltà come una squadra.
Condivido pienamente anche la tua conclusione: non possiamo chiedere agli altri comportamenti che noi per primi non siamo disposti ad adottare. L’esempio non è soltanto uno strumento della leadership; è ciò che rende credibili le nostre parole.
Forse il senso più autentico del “Comincio io” sta proprio qui: fare il primo passo non per mettersi davanti agli altri, ma per invitarli a camminare insieme.
Grazie per ciò che hai scritto e, soprattutto, per ciò che abbiamo concretamente condiviso.
Un grande e caloroso abbraccio,
Leo
Caro Leo, la tua riflessione tocca un tema che sento molto, nell’esperienza di comando come nel lavoro che oggi svolgo nella formazione: assumersi la responsabilità di trasformare ciò che vediamo in qualcosa su cui possiamo intervenire.
Fare il primo passo significa anche esporsi, sostenere una proposta scomoda, riconoscere un proprio errore e accettare di essere messi in discussione. Il grado attribuisce autorità, ma la credibilità si costruisce soprattutto attraverso la coerenza tra ciò che chiediamo e ciò che facciamo.
Aggiungerei una responsabilità per chi guida: creare le condizioni perché anche gli altri possano dire «Comincio io». Se chiediamo iniziativa, dobbiamo essere disposti ad ascoltare idee diverse dalle nostre, dare fiducia e distinguere un errore commesso nel tentativo di fare bene dalla superficialità. Altrimenti rischiamo di chiedere autonomia e premiare soltanto l’obbedienza.
Per questo considero la formazione un investimento essenziale: aiutare le persone a sviluppare giudizio e coraggio, affinché sappiano assumersi responsabilità anche quando manca un’indicazione precisa.
Il nostro primo passo acquista ancora più valore quando rende possibile quello degli altri.
Un abbraccio, Max
Caro Max,
grazie davvero per questa riflessione, resa ancora più preziosa dalla tua esperienza nel comando e nella formazione.
Hai colto un punto fondamentale: “Comincio io” non significa soltanto assumersi una responsabilità, ma anche creare le condizioni perché altri possano fare altrettanto.
Condivido pienamente ciò che scrivi sulla coerenza. Il grado può conferire autorità, ma è la corrispondenza tra parole e comportamenti a generare credibilità e fiducia.
E hai ragione anche su un altro aspetto: non possiamo chiedere autonomia e iniziativa se poi ascoltiamo soltanto chi conferma le nostre idee, lasciamo sole le persone che si espongono o trattiamo allo stesso modo l’errore responsabile e la superficialità.
È proprio qui che la formazione assume un valore essenziale: “non offrire semplicemente risposte, ma sviluppare nelle persone il giudizio, il coraggio e la consapevolezza necessari per agire anche quando le indicazioni non sono complete”.
Mi porto via soprattutto la tua bellissima conclusione: “il nostro primo passo acquista ancora più valore quando rende possibile quello degli altri”.
Forse è proprio così che “Comincio io” diventa “Cominciamo noi”.
Un abbraccio,
Leo
Il sentimento di quasi “combattimento” contro l’inerzia del non fare il primo passo che spesso pervade le organizzazioni sociali, emerge chiaramente da questo articolo e lo constato, ahimè, in moltissime occasioni (di cui forse sono anch’io causa parziale). Un aspetto, spero non troppo banale, che mi viene istintuale sottolineare è tuttavia di background o direi quasi collaterale: quello del “crederci”.
Mi sono davvero tante volte imbattuto in situazioni in cui non solo il problema era trovare chi facesse il primo passo, ma dove l’ostacolo veramente più insormontabile era trovare il primo che ci credesse! Il primo che avesse a cuore anche solo la lontana idea di profondere uno sforzo per quel qualcosa!
E’ indubbio che fare il primo passo costi uno sforzo psico-mentale non indifferente, ma penso che ancora più difficile sia fare il primo passo quando dentro non si ha la genuina voglia di farlo… E se quel primo passo accadesse, senza animo dietro, sarebbe come se non accadesse.
Ed ecco che “fare il primo passo”, secondo me, oltre che compiere un atto di per sé nella precisa fattispecie, corrisponde a levare i cuori per primi, crederci per primi.
Questo il mio pensiero, forse anche troppo “romantico” o “romanzato” ma, per certo, derivante da situazioni tangibili, pratiche, raccontabili, contestualizzabili.
Quando io, in una marea di animi disincantati, come prima cosa, anziché fare, ho solo CREDUTO, il primo passo è stato compiuto da tutti (compreso me) senza che neanche dovessi parlare.
Grazie carissimo Vincenzo, ci hai regalato questa riflessione, tutt’altro che romantica o astratta.
Hai colto un passaggio fondamentale: prima del “Comincio io” può esserci un ancora più profondo “Ci credo io”.
Perché si può compiere un’azione per dovere, abitudine o convenienza. Ma quando manca una convinzione autentica, difficilmente quel gesto riuscirà a coinvolgere gli altri e a durare nel tempo.
Mi colpisce molto ciò che scrivi nella parte finale: a volte non è necessario parlare, convincere o impartire indicazioni. “Credere davvero in qualcosa può manifestarsi nel nostro modo di esserci, fino a diventare contagioso.”
Forse la leadership comincia anche così: non soltanto facendo per primi, ma “credendo per primi che valga la pena fare”.
E allora il percorso potrebbe essere proprio questo:
“Ci credo io.”
“Comincio io.”
“Cominciamo noi.”
Grazie per aver aggiunto il cuore alla nostra riflessione sull’azione.
Un caro saluto,
Leo
Ho trovato molto interessante la tua riflessione e credo che sia un tema particolarmente attuale, soprattutto nei contesti lavorativi in cui si lavora in squadra. Nel mio percorso professionale, anche attraverso l’esperienza da Team Leader, mi sono reso conto che aspettare “Qualcuno” è spesso una delle principali cause di immobilismo. A volte per paura di sbagliare, altre per timore di esporsi, altre ancora perché si tende a pensare che una determinata responsabilità appartenga a qualcun altro. Vorrei però aggiungere un punto di vista: credo che la leadership non si esaurisca nel decidere di essere noi quel “Qualcuno”. Il primo passo è importante, ma secondo me la vera leadership si manifesta quando riusciamo a fare in modo che non debba esserci sempre qualcuno a compierlo. Mi spiego meglio: un Team Leader, nel mio caso, non dovrebbe diventare la persona che risolve ogni problema, prende ogni iniziativa e si fa carico di ogni responsabilità. Al contrario, dovrebbe lavorare affinché ogni componente del gruppo sviluppi la consapevolezza di poter contribuire, proporre soluzioni e assumersi responsabilità. C’è una differenza sostanziale tra un gruppo che aspetta sempre indicazioni e un gruppo in cui le persone si sentono parte attiva del risultato. Naturalmente, prendere iniziativa non significa agire sempre e comunque. È importante conoscere il contesto, rispettare i ruoli, confrontarsi e capire quando è necessario coinvolgere gli altri. Altrimenti il rischio è quello di trasformare il “Comincio io” in un “Faccio tutto io”, che alla lunga non è sostenibile e non favorisce la crescita del gruppo. Personalmente, credo che il passaggio più importante sia proprio questo: passare dalla responsabilità individuale alla responsabilità condivisa. Perché un buon leader può certamente essere quel “Qualcuno” che rompe l’immobilismo, ma un grande leader è colui che riesce a costruire una squadra in cui tutti si sentono responsabili e nessuno aspetta necessariamente che sia qualcun altro a fare il primo passo. In fondo, il vero obiettivo non dovrebbe essere avere sempre qualcuno che guida, ma costruire un gruppo in cui ciascuno sappia quando è il momento di farlo.
Gaetano, grazie davvero per questa riflessione così lucida, arricchita dalla tua esperienza da Team Leader.
Hai colto un punto fondamentale: “Comincio io” non significa “faccio tutto io”. Il primo passo può rompere l’immobilismo, ma la leadership più matura si manifesta quando quel gesto genera negli altri consapevolezza, autonomia e disponibilità ad assumersi responsabilità.
Come scrivi, un Team Leader non dovrebbe diventare il risolutore permanente di ogni problema. Dovrebbe piuttosto creare le condizioni affinché ciascuno si senta parte attiva del risultato, sappia quando intervenire e abbia la fiducia necessaria per proporre soluzioni.
Forse il passaggio decisivo è proprio questo:
“Comincio io” rompe l’attesa.
“Cominciamo noi” costruisce la squadra.
E una grande leadership si riconosce quando non c’è più bisogno di aspettare sempre la stessa persona, perché ciascuno ha imparato a riconoscere il momento in cui fare la propria parte.
Grazie per aver portato la riflessione un passo più avanti.
Un caro saluto,
Leo
Caro Leo, le tue riflessioni sono assolutamente condivisibili. Mi sono trovato spesso a dover combattere l’inerzia e ho sempre cercato di superare il muro dell’accettazione. Per quanto mi riguarda lo considero più senso di responsabilità che leadership; è una questione di educazione, di convinzione, di credere in quello che si fa. Concordo con te, tuttavia, che per essere Qualcuno è necessaria consapevolezza, ma anche il coraggio di andare controcorrente, coraggio che in genere identifica un leader.
La società odierna è caratterizzata dalla filosofia del “galleggiamento” dove non serve sforzarsi più di tanto, ma basta seguire il vento per arrivare a fine giornata. Il leader deve, tra l’altro, riuscire a coinvolgere gli altri affinché trovino le motivazioni per cambiare le cose e diventare a loro volta Qualcuno. Questo vale a lavoro, a casa o in qualunque altro ambito collettivo.
Spesso tendiamo a identificare il leader nel capo, ma per esperienza personale non è sempre così. Ho vissuto situazioni in cui la figura del leader era interpretata da collaboratori carismatici, con idee ben più chiare del capo che invece preferiva attendere Qualcun altro, o che addirittura ostacolasse i cambiamenti.
In quest’ottica, ritengo che chiunque possa essere leader, a prescindere dalla posizione che occupa, ma gli effetti che derivano dalle sue azioni sono sempre proporzionali al ruolo che riveste.
Un caro saluto e un abbraccio.
Carissimo Pietro,
grazie per questa riflessione così ricca e concreta.
Mi ha colpito molto la tua immagine della “filosofia del galleggiamento”: seguire il vento è certamente più semplice che scegliere una direzione e assumersi la responsabilità di percorrerla.
Condivido anche la distinzione che proponi tra responsabilità e leadership. Il senso di responsabilità può certamente esistere indipendentemente dalla volontà di guidare gli altri. Credo però che possa diventare leadership quando il nostro modo di agire riesce a generare fiducia, influenza e movimento anche negli altri.
E trovo centrale il tuo richiamo alla differenza tra capo e leader. Il ruolo può attribuire autorità, ma non necessariamente autorevolezza; allo stesso tempo, una persona priva di una posizione formale di comando può diventare un punto di riferimento grazie alla competenza, alla coerenza, al coraggio e alla capacità di coinvolgere.
Mi piace soprattutto la tua conclusione: chiunque può esercitare leadership, ma maggiore è la responsabilità associata al ruolo ricoperto, maggiore può essere l’impatto delle nostre scelte sugli altri.
E forse qui compiamo un ulteriore passo rispetto al mio “Comincio io”: il leader non dovrebbe limitarsi a diventare “Quel Qualcuno”, ma dovrebbe riuscire a creare le condizioni perché anche altri trovino motivazione e coraggio per diventarlo.
Quando questo accade, “Qualcuno” comincia davvero a diventare squadra.
Grazie per aver aggiunto un altro importante tassello alla nostra riflessione.
Un forte abbraccio,
Leo
Carissimo Leo,
Ti ringrazio per aver condiviso il Tuo articolo che offre degli interessanti spunti di riflessione, così come i contenuti di diversi commenti letti in questo consesso.
Come ha evidenziato qualcuno la realtà, ahimè, si discosta molto da quanto hai riportato nel Tuo scritto che costituisce “regola dottrinale” per una perfetta leadership.
Sergio Marchionne bene ha descritto, nel suo intervento, quale sia, invece, la realtà (soprattutto quella italiana) con la frase “Siamo da sempre il Paese del Gattopardo, in cui si fa finta di cambiare qualcosa perché tutto rimanga esattamente com’è”.
A mio avviso, due sono gli elementi chiave (citati anche da Te più volte) che a seconda del contesto/situazione, caratterizzano notevolmente la leadership, intesa come capacità di un individuo di guidare, ispirare e motivare un gruppo di persone o un’organizzazione per il raggiungimento di un obiettivo comune.
Essi sono l’iniziativa e la responsabilità. Li considero i “motori” fondamentali della leadership.
Questi due elementi si integrano e si rafforzano a vicenda nel definire un vero leader.
L’iniziativa, considerata come la scintilla o meglio ancora come l’”acceleratore” della leadership, rappresenta la capacità di anticipare i tempi ed agire prima degli altri. Ma non è facile possederla perché bisogna avere una visione pro-attiva, il coraggio di rischiare e, soprattutto, una particolare ispirazione per l’azione.
La responsabilità, invece, intesa come impegno a rispondere delle conseguenze delle proprie azioni e di quelle del proprio team, ne costituisce il “freno”.
L’una non può esistere senza l’altra.
Solo iniziativa senza responsabilità, infatti, produce una leader impulsiva, caotica e per molti versi potenzialmente distruttiva.
Solo responsabilità senza iniziativa, invece, produce leader burocratici, rigidi, capaci forse di gestire l’esistente in modo impeccabile, ma incapaci di guidare l’evoluzione o di motivare le persone verso nuovi traguardi.
Ritengo che la leadership “ideale” si manifesti allorquando vi sia il giusto equilibrio fra questi due elementi, ovvero l’iniziativa traccia la rotta verso l’obiettivo o più genericamente verso il futuro e la responsabilità garantisce che il nostro cammino venga portato a temine con integrità e rispetto per le persone con cui si lavora.
Nel ringraziare ancora una volta Te e tutti coloro i quali, con i loro commenti, mi hanno permesso di “aprire la mente” su questo importante argomento, Ti abbraccio con sincero affetto.
Alfonso
Carissimo Alfonso, grazie davvero per questa riflessione così articolata e per aver contribuito ad arricchire ulteriormente il confronto.
Mi piace molto la tua rappresentazione dell’iniziativa come acceleratore e della responsabilità come freno: due forze apparentemente opposte che, in realtà, hanno bisogno l’una dell’altra. Senza iniziativa rischiamo l’immobilismo; senza responsabilità, invece, l’azione può perdere direzione, misura e consapevolezza delle conseguenze.
Trovo particolarmente interessante proprio questo punto: la leadership non consiste nell’accelerare sempre, ma nel comprendere quando accelerare, quando rallentare e, soprattutto, assumersi la responsabilità della direzione scelta.
E forse è proprio qui che il “Comincio io” acquista il suo significato più completo: non come impulso ad agire a ogni costo, ma come disponibilità a valutare, decidere, agire e rispondere delle proprie scelte.
Grazie anche per aver sottolineato il valore dei contributi degli altri lettori. È una delle cose più belle che stanno accadendo intorno a questa riflessione: ciascuno sta aggiungendo un tassello e, quasi senza accorgercene, un pensiero individuale sta diventando una conversazione collettiva.
Un abbraccio sincero e grazie per essere salito a bordo!
Leo
Buongiorno Comandante e grazie per avermi interessato per questo spunto.
Secondo me è troppo facile aspettare che altri prendano l’iniziativa.
Spesso subentrano la paura di esporsi e la convinzione che non sia compito nostro e ci illudiamo che ci sia sempre qualcun altro a farlo.
Per me la leadership inizia nel momento in cui decidiamo che quel qualcuno siamo noi,anche attraverso un piccolo gesto.
Nel mio piccolo, nel ruolo che ricopro mi è capitato spesso di prendermi delle responsabilità e di agire senza esitare e senza pensare…”non tocca a me”
Buongiorno caro Antonio e grazie a te per questa testimonianza.
Hai colto perfettamente il senso del mio “Comincio io”: non significa fare tutto da soli, ma non utilizzare il “non tocca a me” come alibi quando possiamo offrire un contributo, anche piccolo.
Prendersi una responsabilità senza aspettare che siano sempre gli altri a muoversi richiede coraggio e consapevolezza. Ed è proprio attraverso questi gesti quotidiani, spesso poco visibili, che la leadership smette di essere una teoria e diventa comportamento.
Grazie davvero per aver condiviso la tua esperienza. È da tanti piccoli “Comincio io” che può nascere un grande “Cominciamo noi”.
Un caro saluto,
Leo
Comandante, anzitutto grazie per l’invito a contribuire in questo autorevole consesso. Ho letto con attenzione l’articolo e il ricco dibattito nato nei commenti; cercherò quindi di offrire una prospettiva integrativa, evitando di ripetere quanto già brillantemente esposto da altri.
Per analizzare il fenomeno, trovo utile dividere idealmente la sua riflessione in due parti.
Alla seconda parte – ovvero l’impulso etico ad essere il “Qualcuno” che si fa carico della responsabilità individuale – è oggettivamente difficile muovere una critica. Condivido certamente l’invito continuo ad allenarci alla leadership. Eppure, anche in questo slancio proattivo, ritengo sia necessario introdurre una cornice metodologica attraverso la matrice di Eisenhower: vale la pena chiederci se questo compito a cui mi accingo sia davvero strategico (Importante) o se stia semplicemente rincorrendo l’ennesima emergenza.
Beninteso, opero sul presupposto che chi decide di agire sia fermamente convinto di non trovarsi nel quadrante basso della griglia di Von Moltke, altrimenti meglio sarebbe l’inazione stessa!
Scherzi a parte, il rischio del “sovraccarico da proattività” per i leader naturali è un tema reale e non va sottovalutato.
Fatta questa premessa, vorrei concentrarmi sulla prima parte del suo articolo: perché, concretamente, la maggior parte delle persone decide di rimanere spettatrice?
Per rispondere non basta appellarsi al coraggio del singolo; occorre mappare il contesto differenziando i fattori di cultura e clima organizzativo. Estremizzando l’analisi, intravedo due scenari polari e antitetici, che determinano l’inazione per ragioni completamente diverse:
1. Lo Scenario Burocratico-Autoritario
In questo modello, l’inazione collettiva non è figlia della pigrizia, ma di un preciso istinto di sopravvivenza. Per usare un celebre aneddoto della cultura manageriale, la regola aurea è: “Chi tocca il bambino, ne diventa il padrino”. Il follower non sente – e non deve sentire – la spinta alla leadership perché è perfettamente funzionale alla sua comfort zone normativa. In un sistema simile, prendere l’iniziativa è una pulsione controproducente: significa farsi carico di un lavoro che esula dalle proprie competenze ordinamentali o funzionali, senza alcuna rete di sicurezza.
Non solo: l’assunzione spontanea di leadership da parte di un collega di pari livello viene spesso percepita dal gruppo come un atto di sconsiderato protagonismo. Il “volenteroso” viene criticato, deriso e infine isolato dai pari perché rompe l’equilibrio dell’immobilità. In questo scenario, l’approccio motivazionale mostra il fianco: se il leader gerarchico vuole davvero l’azione, deve intervenire sulla struttura, modificando l’ordinamento, formalizzando i nuovi compiti o ridistribuendo i ruoli tra le branche funzionali.
2. Lo Scenario Tecnocratico-Partecipativo
Ci troviamo all’esatto opposto: un ambiente sano, dinamico, caratterizzato da una forte competizione interna per l’accaparramento delle risorse e della visibilità. I membri dell’organizzazione sanno perfettamente che a maggiori responsabilità corrisponde un maggiore successo professionale. Tutti vorrebbero contribuire, a tal punto che spesso si giunge alla contesa o al conflitto sul compito.
Perché allora si assiste all’inazione in un contesto così competitivo? La risposta è di natura squisitamente strategica ed economica. L’immobilità nasce dal calcolo: le persone attendono che il management definisca chiaramente l’assegnazione delle risorse, i budget e, soprattutto, i criteri di riconoscimento del merito. In questo caso, lo “spettatore” non è spaventato, ma in attesa che le regole d’ingaggio e i premi siano formalizzati.
In conclusione, Comandante, credo che il suo fondamentale invito al “Comincio io” sia la scintilla necessaria, con un’efficacia proporzionale al terreno su cui cade: nel primo scenario rischia di produrre martiri isolati; nel secondo, una competizione caotica. La vera sfida della leadership strutturale è, forse, comprendere in quale di questi due mondi stiamo navigando e, come sempre, adattarsi al contesto.
Caro Ettore,
semplicemente grazie per questo contributo, che non si limita ad aggiungere una riflessione, ma offre una vera e propria “cornice metodologica” attraverso la quale rileggere il mio “Comincio io”.
Condivido anzitutto la tua premessa: l’iniziativa non è necessariamente leadership solo perché rompe l’immobilismo. Prima di agire occorre comprendere se ciò che stiamo per affrontare sia davvero importante, coerente con gli obiettivi e meritevole delle nostre energie, oppure se stiamo semplicemente reagendo all’ennesima urgenza. Altrimenti il “Comincio io” rischia di trasformarsi in un “Faccio tutto io”, alimentando proprio quel sovraccarico da proattività che giustamente richiami.
Trovo poi molto lucida la distinzione tra i due scenari organizzativi.
Nel modello burocratico-autoritario, l’inazione può essere una risposta appresa: chi prende l’iniziativa rischia di caricarsi stabilmente del problema, oltrepassare confini funzionali non chiariti o essere percepito dai colleghi come qualcuno che cerca visibilità. In questo caso, limitarsi a esortare le persone al coraggio sarebbe insufficiente e forse persino ingeneroso. Se la struttura punisce l’iniziativa, il problema non può essere risolto chiedendo semplicemente maggiore iniziativa.
Nello scenario tecnocratico-partecipativo, invece, la disponibilità ad agire esiste, ma può rimanere sospesa finché non vengono chiariti risorse, responsabilità, criteri decisionali e riconoscimento del merito. Qui il rischio non è l’assenza di movimento, ma un movimento disordinato, competitivo e potenzialmente conflittuale.
La tua analisi mi porta quindi ad aggiungere una precisazione importante alla mia riflessione originaria:
“Comincio io” non significa agire comunque. Significa assumermi responsabilmente la parte che mi compete, dopo aver compreso priorità, contesto, conseguenze e scopo.
Hai ragione: la scintilla individuale ha un’efficacia diversa a seconda del terreno sul quale cade. Tuttavia, penso che possa conservare una funzione anche nei contesti meno favorevoli, purché non venga interpretata come azione solitaria o sacrificio permanente. Il primo passo potrebbe consistere non nel farsi carico direttamente del problema, ma nel renderlo visibile, formulare una proposta, chiedere chiarezza sui ruoli oppure creare le condizioni strutturali affinché qualcuno possa agire legittimamente.
In altre parole, non sempre “Comincio io” significa eseguire personalmente il compito. A volte significa cominciare a modificare il sistema che impedisce al compito di avere un responsabile.
Mi porto quindi via dal tuo contributo una domanda ulteriore:
Prima di chiedermi “Cosa posso fare io?”, ho compreso davvero in quale organizzazione mi trovo, quale problema sto affrontando e quale tipo di primo passo sia utile?
Grazie per aver impedito al “Comincio io” di trasformarsi in uno slogan indistinto e per averlo ricondotto dentro una leadership più matura: consapevole delle priorità, capace di leggere il contesto e responsabile anche delle conseguenze dell’azione.
Un caro saluto,
Leo
Trovo interessante e naturale il richiamo a un notissimo fenomeno di psicologia sociale: l’effetto spettatore (bystander effect). La responsabilità si disperde, ciascuno attende che agisca qualcun altro e l’immobilità degli altri finisce per legittimare la propria.
È un meccanismo diffuso nelle organizzazioni e nella vita civile, ogni volta che un problema è evidente a tutti, ma nessuno se ne fa carico. L’iniziativa, allora, non è soltanto una qualità della leadership, ma diventa una condizione essenziale per esercitare una cittadinanza attiva.
Una società funziona anche grazie a chi non si limita a rilevare ciò che non va, ma contribuisce, nel proprio ambito, a migliorarlo. E una comunità cambia — oserei dire, migliora — quando molti smettono di aspettare che tocchi a qualcun altro e scelgono di mettersi in gioco.
E noi siamo sicuri di essere sempre dalla parte giusta? Se, come sembra, collettivamente i passi da fare sono ancora molti, accogliamo questo esercizio di riflessione e assecondiamo lo slancio che l’articolo ci offre in questa direzione.
Caro Francesco,
grazie per questa riflessione, che amplia significativamente il significato del mio “Qualcuno”.
Il richiamo all’effetto spettatore è particolarmente efficace: quando la responsabilità appare distribuita tra molti, ciascuno può sentirsi meno chiamato ad agire. E l’immobilità degli altri finisce quasi per autorizzare la nostra.
Hai ragione, però, nel portare il ragionamento oltre i confini delle organizzazioni. Il passaggio da “A chi spetta?” a “Cosa posso fare io?” non riguarda soltanto la leadership professionale. Interroga il nostro modo di abitare una comunità e, più in generale, di esercitare una cittadinanza realmente attiva.
Mi colpisce soprattutto la tua domanda: “siamo sicuri di essere sempre dalla parte giusta?”
Credo sia importante non rispondere troppo rapidamente. È facile riconoscere l’immobilismo negli altri, molto più difficile accorgersi delle occasioni nelle quali anche noi abbiamo osservato, giudicato o aspettato che intervenisse qualcun altro.
Per questo “Comincio io” non dovrebbe diventare una dichiarazione di superiorità morale, ma una domanda da rivolgere prima di tutto a noi stessi. Non possiamo risolvere ogni problema né sostituirci alle responsabilità altrui, ma possiamo domandarci quale piccola parte della situazione dipenda realmente da noi.
E forse una comunità comincia a cambiare proprio così: “quando la responsabilità smette di disperdersi tra tutti e qualcuno sceglie di riconoscere la propria parte”.
Poi arriva il passaggio ancora più importante: fare in modo che quel primo gesto non rimanga isolato, ma incoraggi altri a partecipare. Perché la cittadinanza attiva, come la leadership, nasce da una scelta personale, ma diventa trasformativa soltanto quando riesce a generare un “Cominciamo noi”.
Grazie davvero per aver aperto questa prospettiva e per averci ricordato che il primo allenamento non consiste nel giudicare chi resta fermo, ma nel domandarci, con onestà: “E io, questa volta, da che parte sto?”
Un caro saluto,
Leo
Un articolo interessante, che coglie uno dei meccanismi più frequenti nelle organizzazioni, soprattutto in quelle più grandi: la tendenza a rimandare l’azione, nella convinzione che, prima o poi, sarà l’organizzazione stessa o qualcun altro a farsene carico.
Ho apprezzato anche il richiamo alla storia citata da Marchionne e, soprattutto, l’idea che la leadership non coincida con un ruolo, ma con la scelta quotidiana di chiedersi: “Cosa posso fare io?” anziché “A chi spetta?”. È un cambio di prospettiva che può davvero fare la differenza.
Aggiungerei però una riflessione sul principio del “Comincio io”. Nelle organizzazioni questo approccio può mostrare alcuni limiti se non è sostenuto da un contesto favorevole.
Il primo rischio è che le persone più proattive finiscano per farsi carico anche delle responsabilità e delle inefficienze altrui, alimentando nel tempo frustrazione, disaffezione e, non di rado, il desiderio di cercare altrove un ambiente in cui il proprio contributo venga maggiormente riconosciuto.
Il secondo riguarda la cultura aziendale. Spesso non si aspetta “Qualcuno” per mancanza di iniziativa, ma per il timore di sbagliare, di essere giudicati o di non trovare il necessario supporto. In questi casi il problema non è la volontà delle persone, bensì l’assenza di un clima di fiducia e di sicurezza.
Per questo credo che il primo passo individuale sia indispensabile, ma che possa produrre un cambiamento duraturo solo se incontra un’organizzazione capace di valorizzarlo.
Condivido anche il suggerimento finale di fermarsi a porsi le tre domande proposte nell’articolo. Tuttavia, la frase che più mi porto via è un’altra: “Perché la leadership non si racconta soltanto. Si allena. Insieme.”
Credo che proprio in quell'”insieme” sia racchiuso il messaggio più profondo dell’articolo: la leadership nasce dalla responsabilità del singolo, ma si consolida solo quando incontra un’organizzazione capace di riconoscerla, sostenerla e diffonderla.
Caro Giampiero,
grazie davvero per questa riflessione così lucida, equilibrata e profondamente costruttiva.
Hai colto pienamente il senso del “Comincio io”, ma ne hai evidenziato anche un limite che non possiamo ignorare: il primo passo individuale può rompere l’immobilismo, ma da solo non basta a produrre un cambiamento duraturo.
Se sono sempre le stesse persone a prendere l’iniziativa, risolvere problemi e compensare le inefficienze altrui, il rischio è che il loro senso di responsabilità venga progressivamente trasformato in sovraccarico. E ciò che inizialmente nasce come disponibilità può diventare, nel tempo, frustrazione, disaffezione e perdita delle persone più motivate.
Trovo altrettanto importante la tua seconda osservazione. Non sempre chi aspetta “Qualcuno” manca di coraggio o iniziativa. Qualche volta ha imparato, attraverso l’esperienza, che esporsi può significare essere lasciato solo, giudicato o penalizzato per un errore commesso nel tentativo di agire.
Per questo la responsabilità è necessariamente duplice: le persone devono essere disposte a fare il primo passo, ma le organizzazioni devono creare le condizioni affinché quel passo non diventi un salto nel vuoto.
Servono ascolto, fiducia, strumenti, riconoscimento e la possibilità di sbagliare responsabilmente senza essere condannati al primo tentativo. Altrimenti rischiamo un paradosso: chiediamo iniziativa alle persone e poi insegniamo loro, con i comportamenti organizzativi, che sarebbe stato più conveniente restare ferme.
Mi fa particolarmente piacere che tu abbia scelto proprio quella frase: “La leadership non si racconta soltanto. Si allena. Insieme.”
Hai ragione: la parola decisiva è proprio “insieme”.
Perché “Comincio io” accende la scintilla, ma soltanto “Cominciamo noi” può trasformarla in cultura condivisa. La leadership nasce dalla responsabilità del singolo, ma cresce quando incontra un contesto capace di riconoscerla, sostenerla e moltiplicarla.
Grazie per aver portato la riflessione un passo più avanti. È proprio attraverso contributi come il tuo che questo articolo continua a essere scritto e questo spazio diventa, davvero, un allenamento collettivo alla leadership.
Un caro saluto e alla prossima,
Leo
Ciao Leo! Spunto veramente interessante.
Condivido il principio del «comincio io», ma credo che la verità stia nel mezzo: quante volte bisogna prendere il mazzo in mano perché nessuno si muove? E quante volte, invece, esporsi significa anche rischiare di sbagliare o di essere fraintesi, mentre restare nell’ombra può evitare errori e critiche? Come nel ciclismo, servono leader e gregari, ma c’è anche chi sa sfruttare il lavoro degli altri il cosiddetto”succhiaruote”: può vincere una gara, ma difficilmente il Giro d’Italia. La vera leadership sta nel capire quando è il momento di agire e quando quello di fare squadra. Perché ognuno deve fare la propria parte, senza protagonismi ma anche senza nascondersi dietro l’inerzia degli altri.
Ciao Max! Grazie per questa riflessione, molto concreta.
Hai ragione: “Comincio io” non significa che debba cominciare sempre la stessa persona, né che esporsi sia privo di rischi. Chi prende l’iniziativa può sbagliare, essere frainteso o ritrovarsi a sostenere da solo un peso che dovrebbe essere condiviso.
Mi piace molto la metafora del ciclismo. Una squadra ha bisogno di leader e gregari, ma soprattutto di persone capaci di interpretare il momento e fare la propria parte. Il problema nasce quando qualcuno si limita sistematicamente a sfruttare il lavoro degli altri: come scrivi tu, il “succhiaruote” potrà forse vincere una tappa, ma difficilmente un intero Giro.
Forse la leadership più matura consiste proprio nel comprendere “quando prendere il vento in faccia, quando proteggere un compagno e quando lasciare che sia qualcun altro a guidare il gruppo”.
Perché fare il primo passo non significa cercare il protagonismo, ma nemmeno nascondersi dietro l’inerzia altrui. Significa assumersi la propria parte di responsabilità e contribuire affinché, prima o poi, “Comincio io” diventi “Cominciamo noi”.
Grazie davvero per aver aggiunto questa bella prospettiva alla riflessione!
Un abbraccio,
Leo
Buongiorno, esprimo il mio parere del tutto personale.
Le cose scritte sono tutte vere, sebbene tutto dipende dal tipo di struttura, mentalità e organizzazione che vi è in azienda.
Spesso capita di sentire… L’azienda ha bisogno anche della tua opinione, lo è davvero? Perchè nella realtà, non sembra sia così pronta e desiderosa di ascoltare.
Per esperienza fino a qualche anno fa partecipavo ad alcuni incontri, ma poi essendo una voce fuori dal coro… Ora, semplicemente non sono più invitato. Questo fa capire quanto un yes-man sia più benvoluto di un no-man.
Credo che chi aspetta “qualcuno” sia un yes-man che non correrebbe mai un rischio nella sua giornata lavorativa e un no-man deluso dall’azienda!!!
Nel corso degli anni ti trovi ad affrontare difficoltà, problemi legati a progetti, produzione, gestione personale ed alla fine li affrontano sempre gli stessi, in realtà sono quelli che trainano le attività quotidianamente per il bene dell’azienda e dei colleghi, perchè se si è un lavoratore attivo lo si è sempre in tutte le occasioni anche se non si hanno gli strumenti affilati correttamente!
La vera domanda per me sarebbe: Quanto è disposta a supportarti l’azienda?
Insomma in fin dei conti mi sembra sempre che si ritorna al punto di partenza.
Buongiorno Davide e grazie per questo contributo così franco e personale.
La sua riflessione introduce un elemento fondamentale: “non possiamo parlare di responsabilità individuale senza interrogarci anche sulla responsabilità delle organizzazioni”.
Dire alle persone “la tua opinione conta” non basta. Occorre dimostrarlo nei comportamenti, soprattutto quando quell’opinione è scomoda, mette in discussione abitudini consolidate o non coincide con quella prevalente. Se si ascoltano soltanto le voci allineate, il confronto diventa una formalità e il dissenso costruttivo viene percepito come un problema anziché come una possibilità di miglioramento.
Comprendo quindi la sua delusione. Essere una voce fuori dal coro e ritrovarsi progressivamente esclusi può insegnare una lezione molto pericolosa: “tacere conviene più che partecipare”.
Trovo anche molto importante la sua domanda finale: “Quanto è disposta a supportarti l’azienda?” È una domanda legittima, perché il “Comincio io” non può diventare un alibi attraverso il quale l’organizzazione delega sempre agli stessi persone, problemi e responsabilità, senza fornire ascolto, strumenti, riconoscimento e possibilità di incidere.
Aggiungerei però una sfumatura. Non sempre chi aspetta “Qualcuno” è un “yes-man” o una persona priva di coraggio. Può essere anche qualcuno che, dopo aver provato più volte a esporsi, ha smesso di credere che il suo contributo possa cambiare qualcosa. E proprio questa rinuncia rappresenta una perdita per tutta l’organizzazione.
Forse, allora, la vera sfida è duplice:
– chiedere alle persone di non restare spettatrici;
– chiedere alle organizzazioni di non trasformare in spettatori coloro che avevano scelto di partecipare.
Il punto di partenza può sembrare sempre lo stesso, come scrive lei. Ma forse possiamo tornarci con una domanda nuova: “che cosa dipende ancora da me, senza sostituirmi continuamente a ciò che dovrebbe fare l’organizzazione?”
Perché “Comincio io” significa assumermi la mia parte di responsabilità. “Non significa portare da solo il peso di tutti”.
Grazie davvero per aver portato in questa conversazione anche il lato più difficile e meno rassicurante della leadership.
Un caro saluto,
Leo
Uno spunto davvero interessante.
Conoscevo l’intervento di Marchionne, ma devo ammettere che, nel contesto in cui lo ha inserito, assume un significato completamente diverso, meno leggero, più profondo, quasi amaro.
Chi fa il nostro lavoro è stato spesso Qualcuno. A volte per necessità, altre per caso, quasi sempre perché il Comando, in un modo o nell’altro, lo imponeva.
Il nostro, però, è un mondo strano, a tratti paradossale. Da piccoli si è Qualcuno, mentre crescendo, proprio quando l’esperienza e le responsabilità dovrebbero dare maggiore consapevolezza del proprio valore, ci si ritrova in incarichi che rischiano di farci smarrire noi stessi, fino a cercare altrove quel Qualcuno che un tempo eravamo.
Sarò sincero, leggere questo articolo ha acceso una scintilla. Una di quelle che spingono a riflettere, a mettere in discussione certe dinamiche e, forse, anche a cambiare qualcosa.
Forse ciò che ne nascerà non piacerà a tutti, ma comincio io!
Grazie per questa riflessione!
Caro Luigi,
grazie davvero. Il tuo commento mi ha fatto fermare a riflettere, soprattutto per quel paradosso che descrivi così bene: essere stati “Qualcuno” quando avevamo meno esperienza e rischiare, proprio crescendo, di cominciare ad aspettarlo negli altri.
Forse è uno dei pericoli delle organizzazioni complesse. Con il tempo aumentano esperienza, responsabilità e consapevolezza, ma possono aumentare anche vincoli, prudenza e abitudine. E così quella naturale disponibilità a mettersi in gioco rischia lentamente di attenuarsi.
Per questo mi colpisce la tua “scintilla”.
Ma aggiungerei una cosa a quel bellissimo “comincio io!”: cominciare non significa necessariamente rompere gli equilibri o contrapporsi a qualcuno. Può significare anche “rimettere in discussione un’abitudine, porre una domanda che non facevamo più, proporre una strada diversa, tornare ad assumerci consapevolmente la nostra parte di responsabilità”.
E sì, qualche volta può significare scegliere una strada che non raccoglierà immediatamente il consenso di tutti. Ma credo che proprio lì servano ancora di più responsabilità, ascolto e capacità di interrogarsi continuamente sulle conseguenze delle proprie scelte.
Mi porto via soprattutto un pensiero dalle tue parole: forse il “Qualcuno” che continuiamo a cercare non è sempre qualcuno che deve ancora arrivare. A volte è qualcuno che siamo già stati e che dobbiamo avere il coraggio di ritrovare.
Se questo articolo ha contribuito anche soltanto ad accendere quella scintilla, allora sono io a dover ringraziare te.
Qualunque cosa ne nascerà, custodisci quello spirito, insieme alla consapevolezza e alla responsabilità che devono accompagnarlo.
“Comincio io. Ma sapendo perché.”
Un caro abbraccio,
Leo
Bellissimo argomento e bellissimi i commenti.
A tutto questo se posso aggiungo: Fare il primo passo non deve essere per metterti in evidenza.
Perché anche questo è da considerare. Il leader questo lo deve sapere e deve sapersi gestire. Molte volte il leader non deve apparire, a lui interessa il funzionamento del gruppo, dell’unità e la motivazione di ogni suo componente.
Il primo passo del leader è anche quello di “indurre” al primo passo se si devono salvaguardare gli equilibri.
Comandante semplicemente grazie per questa riflessione, perché aggiunge un elemento che completa molto bene il nostro ragionamento.
Ha ragione: “Comincio io” non significa “guardate me”. Il primo passo perde buona parte del suo valore se nasce dal bisogno di apparire, di affermarsi o di occupare la scena.
Credo che uno dei passaggi più maturi della leadership sia proprio riuscire a distinguere “quando occorre essere davanti e quando, invece, è necessario fare spazio”.
Mi piace molto, in questo senso, la sua idea di “indurre” al primo passo. Forse utilizzerei anche un’altra parola: “abilitare”. Il leader non deve necessariamente essere sempre colui che agisce per primo; può essere colui che crea fiducia, responsabilizza, incoraggia e mette un’altra persona nelle condizioni di trovare il coraggio di dire “Comincio io”.
E forse è proprio lì che la leadership individuale comincia davvero a diventare leadership diffusa.
Perché il risultato più bello per chi guida non è essere sempre indispensabile, ma vedere crescere intorno a sé persone che non hanno più bisogno di aspettare “Qualcuno”.
A volte, quindi, “Comincio io” significa fare il primo passo.
Altre volte significa fare un passo indietro perché qualcun altro possa fare il proprio passo avanti.
Grazie davvero. È un’altra prospettiva preziosa che arricchisce questo nostro allenamento alla leadership.
Un caro saluto,
Leo
Leggo sempre con immenso piacere le riflessioni di Leo, sempre puntali e aperte ad ogni confronto. A mio avviso, sebbene un leader possa certamente influenzare il gruppo facendo il primo passo, non sono certo che questo sia la soluzione per affrontare il problema nel suo profondo. Nel tempo ho avuto modo di confrontarmi con organizzazioni molto diverse tra loro: alcune fortemente gerarchizzate, altre decisamente meno. Questa esperienza mi ha portato a riflettere la prima volta che mi sono imbattuto in un bias inconscio: l’idea che in una struttura fortemente gerarchizzata – come quella militare – sia più semplice essere leader, se non altro perché lo status legato al grado può di per sé influenzare le azioni del gruppo. Ovviamente sto generalizzando e, per certi versi, anche banalizzando.
Le riflessioni di Leo, non solo queste ma quelle ben più ampie che nel tempo ha affrontato, hanno messo chiaramente l’accento sulla necessità di essere buoni leader, svincolando l’etichetta dal grado. A mio avviso, l’aspetto preminente è quello legato al senso di appartenenza al gruppo, che il leader può sicuramente alimentare, che guida il miglioramento generale delle performance e al raggiungimento di risultati superiori, agendo come un moltiplicatore di produttività e coesione.
Contesti diversi, da ultimo la mia esperienza in un ambiente non militare, mi hanno fatto progressivamente prendere consapevolezza di un fatto: nei gruppi in cui gli obiettivi sono condivisi e l’end state è noto, si sviluppa un maggiore senso di appartenenza. Ed è proprio questo che aiuta a superare l’impasse iniziale nell’assumersi l’ownership di avviare qualcosa che, aspettando, verrebbe probabilmente fatto da altri.
Le organizzazioni vincenti, a mio avviso, sono quelle che si fondano su valori condivisi, nelle quali il bias for action e l’ownership sono elementi fondamentali.
Carissimo Danilo,
grazie per questa riflessione così articolata, perché aggiunge un tassello importante al ragionamento e, soprattutto, “lo porta oltre il singolo individuo, verso la dimensione del gruppo e dell’organizzazione”.
Condivido un punto che considero centrale: il “Comincio io” può essere l’innesco, ma difficilmente può bastare da solo. Il primo passo rompe l’immobilismo, ma perché altri decidano di seguirlo occorrono fiducia, appartenenza, consapevolezza dell’obiettivo e la percezione di contribuire a qualcosa che sentiamo anche nostro.
Trovo molto interessante anche la riflessione sulla gerarchia. Il grado può certamente attribuire autorità, ruolo e capacità di influenzare i comportamenti, ma proprio per questo credo sia importante distinguere tra “ottenere adesione in virtù della posizione e generare partecipazione grazie alla leadership”. Sono due cose profondamente diverse.
Ed è qui che il tuo riferimento all’end state condiviso diventa, a mio avviso, fondamentale: quando le persone comprendono non soltanto cosa devono fare, ma dove stanno andando e perché vale la pena arrivarci insieme, l’ownership smette di essere una richiesta e comincia a diventare un comportamento spontaneo.
Forse, allora, possiamo fare un passo ulteriore rispetto al mio “Comincio io”:
“Comincio io” accende la scintilla. “Continuiamo insieme” costruisce la squadra.
Ed è probabilmente proprio lì che il “bias for action” del singolo può trasformarsi in cultura organizzativa.
Grazie davvero per aver portato la riflessione a questo livello. È esattamente il tipo di confronto che speravo potesse nascere intorno a questo articolo.
Un caro saluto,
Leo
Comandante la ringrazio vivamente di avermi interessato e le sono molto grato…sa bene che amo queste riflessioni. Ho letto attentamente e perciò ho preso un po più di tempo. Ho letto ” c’è un problema” allora… risolviamolo ASSIEME…cosa possiamo fare? Questa e’ leadership, sapere ascoltare e rendere partecipe per la risoluzione del problema comune e diventare assieme quel “Qualcuno”. “Esporsi”…giustissimo, ma sa che in alcuni casi potrebbe essere non produttivo, dipende molto da chi crede in te o come molti aspettano chi si esporra’. Infine, la “leadership” credo che cominci quando viene inculcato al personale che loro saranno i nuovi leader, cio’ l’impegna maggiormente alla collaborazione e sopratutto alla condivisione (the leaders do not create followers but create other leaders). Purtroppo siamo anche in una leadership transazionale, per eta’ e per non permanenza nel gruppo. La ringrazio nuovamente per lo spunto di riflessione.
Carissimo Carmine,
grazie a te per aver dedicato tempo alla lettura e, soprattutto, per aver aggiunto alla riflessione un elemento che considero fondamentale: a volte “Comincio io” trova il suo compimento proprio nel “Cominciamo insieme”.
Quel Suo “c’è un problema, risolviamolo assieme” racchiude una dimensione essenziale della leadership: ascoltare, coinvolgere, responsabilizzare e trasformare un problema comune in un’occasione di partecipazione.
Condivido anche la tua osservazione sull’“esporsi”. Fare il primo passo non significa esporsi sempre e comunque, né ricercare protagonismo. Significa piuttosto “avere il coraggio di assumersi la propria parte di responsabilità”, scegliendo con intelligenza modi e tempi e creando, quando possibile, le condizioni affinché anche gli altri possano fare altrettanto.
Ma è soprattutto la tua ultima riflessione che trovo molto potente: “il miglior leader non crea persone che abbiano continuamente bisogno di lui; contribuisce a formare persone capaci, un giorno, di guidare a loro volta”. È forse questa una delle eredità più belle che possiamo lasciare.
E allora aggiungerei un altro piccolo passo alla riflessione dell’articolo: “Comincio io” accende la leadership. “Cominciamo noi” la moltiplica.
Grazie davvero per aver arricchito questo confronto.
Un caro saluto,
Leo
Caro Leo, lasciandomi ispirare da quanto hai sapientemente scritto, mi è subito tornata in mente una scena, tratta dal film “We were soldiers”. Siamo in un campo di addestramento dell’esercito americano, agli inizi degli anni 60.
La scena si apre con l’immagine di un gruppo di allievi ufficiali durante un’estenuante corsa nei boschi. Da lontano uno di loro si accorge che un compagno sta avanzando a fatica, trascinando una gamba.
Approfitta della prima sosta per chiedergli di togliersi gli scarponi e dargli, oltre al conforto e una pacca sulla spalla, dei suggerimenti utili per curare e prevenire le vesciche.
“Mettici della polvere disinfettante e cambiati i calzini”
Dopo aver dato l’esempio, chiede agli altri compagni di controllare lo stato dei piedi di chi hanno al loro fianco.
“Ognuno controlli i piedi dell’altro, come ho fatto io con Gatbolt”
Tutto questo lo fa senza aver ricevuto alcun ordine dai suoi superiori. Il tenente Moore, che ha osservato tutta la scena da lontano, rivolgendosi al sergente Plumley, esclama:
“Ecco, quel giovanotto è un capo!”
Nel film si usa il termine “capo” , ma è evidente che il soldato, senza nessun grado,si è comportato da vero leader.
Credo che questo breve spezzone rappresenti a pieno quella “leadership diffusa” di cui parli.
Non aspettare QUALCUNO, ma agire come CHIUNQUE ha a cuore i propri compagni, la propria missione, per trasformare un’etichetta (leader) in “azioni al servizio” di uno scopo più grande di quello individuale.
Grazie sempre Leo per essere di ispirazione a tutti noi, il mondo ha bisogno di più CHIUNQUE e meno di QUALCUNO.
Caro Virginio, grazie davvero.
Il tuo commento mi ha regalato un’immagine e, soprattutto, una parola nuova sulla quale riflettere: CHIUNQUE.
La scena che richiami è bellissima proprio perché la leadership nasce prima del riconoscimento formale: qualcuno vede un compagno in difficoltà, se ne prende cura, mostra concretamente cosa fare e poi trasforma il proprio gesto in un comportamento che coinvolge gli altri. È una rappresentazione molto efficace di quella leadership che non aspetta investiture per manifestarsi.
[https://www.classhook.com/resources/238-we-were-soldiers-that-s-a-leader]
Ed è qui che trovo particolarmente potente la tua intuizione.
QUALCUNO è colui che aspettiamo.
CHIUNQUE è colui che può scegliere di cominciare.
Chiunque può accorgersi.
Chiunque può prendersi cura.
Chiunque può assumersi una responsabilità.
Chiunque può fare il primo passo.
Ma c’è un passaggio della scena che mi colpisce ancora di più: dopo aver agito in prima persona, quel giovane non continua a fare tutto lui. Invita gli altri a prendersi cura l’uno dell’altro.
Ed è forse proprio lì che accade il passaggio decisivo: “Comincio io” smette di significare “faccio io” e comincia a diventare “facciamolo insieme”.
È così che l’esempio genera altro esempio, la responsabilità diventa condivisa e tanti singoli possono iniziare a sentirsi squadra.
Per questo raccolgo volentieri la tua bellissima provocazione: “il mondo ha bisogno di meno QUALCUNO da aspettare e di più CHIUNQUE disposti a cominciare.”
Grazie davvero per aver aggiunto un altro prezioso tassello a questa riflessione che, grazie ai vostri contributi, sento ormai sempre meno “mia” e sempre più “nostra”.
Un caloroso abbraccio,
Leo
Caro Leo, grazie per la condivisione, mi hai fatto venire in mente tante cose che ho studiato, visto e letto in tempi più o meno recenti.
Riprendo il tuo articolo e provo a mettere a sistema il tuo *Qualcuno* con tre modelli che mi sono venuti in mente leggendoti. Perché il tuo Qualcuno non è solo un’intuizione, è un archetipo.
1. Il Qualcuno e la matrice RACI – Quando la responsabilità non ha nome
Nel programme management usiamo la matrice RACI per dare un nome alla responsabilità:
*R*esponsible – chi fa
*A*ccountable – chi risponde
*C*onsulted – chi viene consultato
*I*nformed – chi viene informato
Il tuo Qualcuno, Leo, è esattamente ciò che accade quando la RACI fallisce.
Succede questo:
– Tutti sono *Informed* del problema: “c’è un problema, lo vediamo”
– Qualcuno diventa *Consulted*: “spiega perché esiste”
– Nessuno è *Responsible* e *Accountable*: “Qualcuno dovrebbe farlo”
Hai centrato il punto: il Qualcuno è una *A maiuscola abusiva e anonima*. La scarichiamo tutti lì.
La tua domanda _”Che cosa posso fare io?”_ è, in termini RACI, un atto rivoluzionario: *è auto-assegnarsi la R*. Non perché te l’ha data l’organigramma, ma perché decidi di prenderla. È lì che inizia la leadership vera, che viene _prima_ della RACI. La RACI organizza la responsabilità, la leadership la genera.
Un’organizzazione matura non è quella con la RACI perfetta, ma quella dove le persone non aspettano che la RACI le autorizzi ad agire per la parte che dipende da loro.
2. Il Qualcuno e “Waiting for Godot” di Beckett – L’arte di aspettare invano
Il tuo articolo mi ha fatto subito pensare a Beckett.
In _Aspettando Godot_, Vladimiro ed Estragone passano due atti interi ad aspettare Godot. Chi è Godot? Nessuno lo sa. Quando arriverà? Forse domani. Cosa farà? Forse ci salverà.
Godot è il tuo Qualcuno.
Beckett ci mostra la patologia dell’attesa infinita:
– Parliamo del problema per ingannare il tempo
– Ci lamentiamo che Godot non arriva
– Giustifichiamo la nostra immobilità con l’assenza di Godot
> “Aspettiamo Godot” è la versione teatrale di “Qualcuno dovrebbe fare qualcosa”.
La differenza? In Beckett, Godot non arriva mai. E i due protagonisti restano immobili. La tua proposta di leadership è rompere il copione beckettiano: smettere di aspettare Godot / Qualcuno e diventare noi quel Qualcuno. È passare dal teatro dell’assurdo al teatro dell’azione.
La leadership è il gesto che chiude la pièce: _”Smettiamo di aspettare. Andiamo.”_
3. Il Qualcuno e “1984” di Orwell – Quando Qualcuno diventa il Grande Fratello
Orwell ci porta all’estremo opposto, ma complementare.
In _1984_, nessuno si chiede più “che cosa posso fare io?” perché esiste già un Qualcuno assoluto, onnipresente e maiuscolo: il Grande Fratello. Il Partito pensa per te, decide per te, si assume la responsabilità per te.
È la delega totale della responsabilità personale. Il cittadino di Orwell dice: “Qualcuno (il Partito) ci penserà”. E così smette di pensare, di agire, di essere responsabile.
I tre meccanismi di Orwell sono la versione tossica del tuo Qualcuno:
– *Il bipensiero:* “Non spetta a me, ma è colpa mia se non va bene”
– *La neolingua:* riduciamo il vocabolario della responsabilità a “dovrebbero”
– *Il Grande Fratello:* aspettiamo che Qualcuno dall’alto ci autorizzi a essere leader
La tua frase _”mi rende responsabile almeno della parte che dipende da me”_ è l’antidoto orwelliano per eccellenza. È il recupero della *responsabilità personale* contro la deresponsabilizzazione del sistema. In un mondo che spinge a dire “è il sistema”, tu ci ricordi che il sistema siamo anche noi, nella nostra piccola quota di responsabilità.
*In sintesi, Leo:*
– *Con RACI:* ci insegni che Qualcuno è una responsabilità senza proprietario, e che la leadership è prendersi la R senza aspettare la A.
– *Con Beckett:* ci insegni che aspettare Qualcuno / Godot è una condanna all’immobilismo, e che la leadership è alzarsi e andare.
– *Con Orwell:* ci insegni che delegare tutto a Qualcuno / Grande Fratello è rinunciare alla propria libertà, e che la leadership è riappropriarsi della propria quota di responsabilità.
Il tuo Qualcuno, alla fine, è lo specchio più onesto che abbiamo: finché lo cerchiamo fuori, restiamo fermi. Quando lo troviamo dentro, iniziamo a guidare.
Grazie ancora per lo spunto.
Carissimo Fabrizio,
grazie davvero per questa lettura così profonda.
Hai preso quel “Qualcuno” e lo hai fatto dialogare con mondi apparentemente lontani, riportandoli però tutti alla stessa domanda: “quanta parte della nostra responsabilità siamo disposti ad assumerci?”
Mi ha colpito soprattutto il filo che lega le tue 3 chiavi di lettura. Che si tratti di un ruolo che nessuno assume, di un’attesa che diventa immobilismo o della tentazione di delegare ad altri perfino la nostra capacità di scegliere, il rischio è sempre lo stesso: “smettere di sentirci protagonisti della parte di realtà sulla quale possiamo incidere.”
Ed è proprio qui che ritrovo il senso più autentico di quel “Comincio io”.
Non significa pensare di poter risolvere tutto. Non significa sostituirsi agli altri, né ignorare vincoli, ruoli o sistemi. Significa qualcosa di molto più semplice e, forse, più impegnativo: “riconoscere la parte che dipende da noi e decidere di non lasciarla senza proprietario.”
La tua conclusione, poi, mi restituisce perfettamente il senso dell’articolo: finché continuiamo a cercare “Qualcuno” soltanto fuori da noi, possiamo sempre trovare una ragione per aspettare. “Quando iniziamo a riconoscerne una piccola parte dentro di noi, cominciamo ad agire.”
E forse la leadership nasce proprio lì: “nel punto esatto in cui termina l’alibi e comincia la responsabilità.”
Grazie davvero per aver arricchito questa conversazione. È esattamente questo il confronto che speravo potesse nascere intorno a queste pagine.
Un caro saluto,
Leo
Caro Comandante, grazie ancora una volta per l’interessante spunto di riflessione che ha voluto prospettare con il suo elaborato.
Apprezzo specialmente il concetto rappresentato del “comincio io”.
Ed è qui che si disegna la linea, non poi così sottile, che separa un Leader da un Capo.
Il Leader motiva e responsabilizza, ascoltando, osservando e dando l’esempio sul campo.
È disposto al confronto e non definisce confini, non vive di attendismo e passività, rimane umile ma cosciente della propria attitudine e responsabilità.
Il Leader è guida, identifica obiettivo e percorso, aprendo le fila.
È la natura stessa ad insegnarci che l’unione fa la forza ed una buona leadership guida verso il successo collettivo.
Sicuramente adeguate figure familiari, scolastiche e professionali possono accompagnare per mano durante l’arco della propria evoluzione personale.
Ed è bene sottolineare che determinate attitudini non sono poi comuni a chiunque.
Vorrei concludere con un’umile opinione: meno Capi, più Leader.
L’esempio muove il mondo.
Cara Eleonora,
grazie davvero per questa riflessione, ricca di spunti.
Mi ritrovo molto nella centralità che attribuisci all’esempio. Un ruolo può assegnarci responsabilità e autorità, ma credo che sia soprattutto il modo in cui scegliamo di esercitarle, giorno dopo giorno, a costruire quella credibilità che permette agli altri di riconoscerci davvero come guida.
Ed è qui che il nostro “Comincio io” acquista significato: non come protagonismo, ma come disponibilità a fare per primi ciò che chiediamo agli altri, ad ascoltare, a metterci in discussione e ad assumerci la nostra parte di responsabilità.
Mi piace anche il richiamo alle figure familiari, scolastiche e professionali che incontriamo lungo il cammino. Nessuno diventa leader da solo. “Cresciamo anche attraverso gli esempi che abbiamo avuto la fortuna di incontrare e, qualche volta, attraverso quelli che ci hanno insegnato ciò che non avremmo voluto diventare.”
Raccolgo quindi la tua conclusione, aggiungendovi una piccola sfumatura: forse non abbiamo bisogno soltanto di “meno Capi e più Leader”, ma di sempre più Capi capaci di essere anche Leader. Persone che non si limitino a occupare una posizione, ma sappiano trasformarla in servizio, esempio e responsabilità.
Perché sì, condivido pienamente la tua ultima frase: l’esempio muove il mondo. Ma prima ancora, muove le persone. E sono poi le persone, insieme, a cambiare le cose.
Grazie davvero per questo prezioso contributo al nostro allenamento alla leadership.
Un caro saluto,
Leo
Caro Leo,
la lettura è stata davvero gradevole e piena di spunti che ritrovo spesso anche nella mia quotidianità, soprattutto lavorativa.
Purtroppo (o per fortuna, in certi casi… e poi ti spiegherò il perché) faccio sempre più fatica a “omogeneizzare” il gruppo. I leader naturali tendono a prendersi sempre la scena, mentre gli altri ne “vampirizzano” le decisioni e le iniziative. Di conseguenza, chi è più proattivo e propenso a rischiare si assume più responsabilità, si mette in gioco e cresce continuamente all’interno del team. Al contrario, chi lo è meno scivola inevitabilmente in un ruolo di secondo piano.
Come si rompe questo circolo vizioso di crescita e decrescita esponenziale? È difficile, perché la dinamica è complessa e rischiosa. Chi è sempre stato un “follower” non è abituato a stare in prima linea né a gestire un processo decisionale strutturato. Se viene spronato troppo o troppo in fretta, rischia di fare disastri — che nel mio campo tecnico sono facilmente misurabili — trascinato dall’entusiasmo per il possibile scatto di carriera. Ecco perché, in alcuni contesti, è meglio non cercare a tutti i costi l’omogeneità.
Un’ultima osservazione: nel mio ambito, prettamente tecnico, ho imparato che per raggiungere risultati in tempi brevi e senza errori, una certa disomogeneità aiuta a essere più fluidi. Funziona bene quando è chiaro chi decide e chi esegue. Ovviamente l’obiettivo a lungo termine resta quello di far crescere il numero di persone capaci di decidere, ma sempre nel rispetto delle dinamiche e degli obiettivi unici del team.
Un saluto e grazie ancora per avermi reso partecipe di questa discussione. Nicola
Caro Nicola, grazie.
La tua riflessione introduce un punto fondamentale: “un team che cresce non è necessariamente un team omogeneo”.
Soprattutto nei contesti tecnici che descrivi, la leadership non può tradursi semplicemente nel “dare spazio” a tutti. Responsabilità e autonomia devono crescere insieme a competenza, esperienza e capacità di gestire le conseguenze delle proprie decisioni.
Mi colpisce molto il circolo che descrivi: “chi decide cresce perché decide; chi non decide rischia di diventare sempre meno capace di farlo.” Forse è proprio lì che dobbiamo intervenire, non pretendendo che tutti diventino leader dall’oggi al domani, ma creando occasioni progressive nelle quali anche chi è abituato a seguire possa iniziare ad assumersi piccole quote di responsabilità.
E concordo con te su un altro punto: “la disomogeneità non è necessariamente un difetto.” Può essere una grande forza quando ruoli e responsabilità sono diversi, ma la direzione è comune.
Grazie davvero, Nicola. È esattamente questo il tipo di confronto che speravo nascesse dall’articolo: partire da una riflessione e ritrovarsi, insieme, a portarla un po’ più avanti.
Un caro saluto,
Leo
Prima regola del Comando
ESEMPIO
Seconda regola
UMILTÀ
Terza
CONSAPEVOLEZZA
Quarta
PAZIENZA
Il leader trasmette, ascolta, accetta, attende.
Non chiede nulla che non sarebbe disposto o sappia fare in prima persona.
Ascolta e accetta da tutti un buon suggerimento.
Non lascia indietro nessuno, adatta la marcia all’ultimo, altrimenti tutti si sentirebbero sacrificabili.
Una volta che conosce gli ordini, si addestra e si equipaggia al meglio e li porta lealmente a termine.
A un leader non servono motivazioni, ha già tutto dentro.
Caro Stefano,
grazie per questa riflessione, quasi un piccolo “codice della leadership”: esempio, umiltà, consapevolezza, pazienza.
Mi colpisce soprattutto un filo che lega tutte queste parole: “la coerenza”. Chiedere agli altri ciò che saremmo disposti a fare noi per primi, ascoltare anche quando il suggerimento arriva da chi ha meno esperienza o responsabilità, avere la pazienza di aspettare e, soprattutto, accorgersi di chi rischia di rimanere indietro.
Trovo molto bella l’immagine dell’adattare la marcia all’ultimo. Perché guidare non significa semplicemente arrivare per primi, ma fare in modo che il gruppo possa arrivare insieme.
Sull’ultima frase aggiungerei solo una sfumatura. È vero, il leader dovrebbe possedere una forte motivazione interiore. Ma credo che anche chi guida abbia bisogno, qualche volta, di ritrovare il proprio perché, di confrontarsi e persino di lasciarsi ispirare dagli altri. *Essere leader non significa essere invulnerabili.”
Forse anche questa è umiltà: avere molto dentro di sé senza pensare, per questo, di bastare sempre a sé stessi.
E allora il nostro “Comincio io” acquista un significato ulteriore: comincio io con l’esempio, ma poi “cammino con gli altri e mi assicuro che nessuno venga considerato sacrificabile”.
Grazie davvero per questo contributo.
Un caro saluto,
Leo
Caro Leo, bellissima riflessione, ricca di positività e di insegnamenti preziosi! Mi piace soprattutto il messaggio che trasmetti: ognuno di noi può fare la differenza, partendo da sé stesso, con coraggio, responsabilità e spirito di servizio. Le tue parole ricordano che la leadership è prima di tutto un atteggiamento verso gli altri e verso la vita. Grazie, amico mio, per questo contributo davvero ispirante! Un forte abbraccio! 🤗
Caro Matteo,
grazie di cuore per queste parole e per l’affetto con cui le hai accompagnate.
Hai colto un aspetto a cui tengo particolarmente: “la leadership, prima ancora di essere un ruolo, è un modo di stare nel mondo e di rapportarsi agli altri”.
Coraggio, responsabilità e spirito di servizio acquistano valore proprio quando smettono di essere concetti e diventano scelte quotidiane, spesso piccole e silenziose.
Forse è questo il senso più autentico di “Comincio io”: non pensare di poter cambiare tutto, ma riconoscere che possiamo sempre scegliere “da dove cominciare. E cominciare da noi stessi.”
E quando il nostro primo passo incoraggia qualcun altro a fare il proprio, allora accade qualcosa di ancora più bello: “il cambiamento smette di essere soltanto individuale e comincia a diventare condiviso.”
Grazie davvero per esserci e per aver dato ancora più valore a questa riflessione.
Un forte abbraccio! 🤗
Leo
“Caro Comandante, buonasera e grazie di cuore per questo spunto. È una riflessione che mi tocca da vicino, sia per il mio percorso che per il ruolo che cerco di ricoprire ogni giorno con la mia squadra.Hai perfettamente ragione: nello sport (e nello spogliatoio in particolare) la tentazione di aspettare che ‘qualcuno’ risolva le cose è sempre dietro l’angolo. Spesso i ragazzi tendono ad aspettare che sia l’allenatore a indicare ogni singola soluzione o a prendersi tutte le responsabilità.
Leggere questo pezzo mi conferma quanto il nostro compito principale non sia solo insegnare la tecnica, ma formare persone che abbiano il coraggio di dire ‘Comincio io’, soprattutto quando le cose si mettono male. È lì che un gruppo di singoli diventa una squadra.
Grazie per aver condiviso questo pensiero con me; è un’ulteriore conferma di quanto i nostri mondi – quello della guida e quello dello sport – siano profondamente legati. Un caro abbraccio Grande Comandante e grazie perché mi consideri sempre 🤝🫡🤝😘
Carissimo Nicola,
grazie davvero per le tue parole e per aver portato questa riflessione dentro il mondo dello sport, che considero una straordinaria palestra di leadership.
Hai scritto una frase che mi ha colpito particolarmente: “È lì che un gruppo di singoli diventa una squadra.”
Credo che tu abbia centrato un punto fondamentale. Il compito di chi guida non può essere quello di fornire sempre tutte le risposte. Anzi, forse uno dei risultati più belli per un allenatore, così come per qualsiasi leader, arriva quando le persone che ha accompagnato “cominciano a trovare dentro sé stesse il coraggio di assumersi responsabilità, soprattutto nei momenti difficili”.
Perché “Comincio io” non significa necessariamente fare tutto da soli. Significa essere disposti a compiere il primo passo, sapendo che quel gesto può incoraggiare qualcun altro a compiere il secondo.
Ed è proprio allora che accade qualcosa di straordinario: “Comincio io” può diventare “Cominciamo noi”. E un gruppo può finalmente diventare squadra.
Hai ragione anche su un altro aspetto: sport e leadership parlano molto più la stessa lingua di quanto possa sembrare. Entrambi ci insegnano che talento e tecnica contano, ma che nei momenti decisivi emergono soprattutto “responsabilità, fiducia reciproca, esempio e disponibilità a mettersi in gioco”.
Grazie a te per aver condiviso la tua esperienza e, soprattutto, per ciò che fai ogni giorno con i tuoi ragazzi. Se li stai allenando anche a non aspettare sempre “Qualcuno”, allora stai insegnando loro qualcosa che va ben oltre lo sport.
Un grande abbraccio,
Leo 🤝
Caro Leo,
confermo la visione secondo la quale la leadership non è una questione di grado, ma di intraprendenza, volontà, capacità e predisposizione ad aggiornarsi e mettersi in gioco. La volontà di essere quel qualcuno che muove il primo passo, in tempi brevi, per la risoluzione di un problema, con la capacità e la volontà di guidare un team, indicando, documentandosi, le possibili soluzioni e vie da percorrere.
È vero che questo al giorno d’oggi è sempre più raro, ma è di conseguenza vero anche che, quando accade, è molto probabile diventare i fari per uscire dall’incertezza. E’ altresì vero a mio parere che chi ha la capacità di fare questo va tutelato e valorizzato, non affossato al primo errore.
Caro Michele,
grazie per questa riflessione. Mi ritrovo molto nel passaggio finale, perché aggiunge un elemento fondamentale al nostro ragionamento: non basta avere persone disposte a dire “Comincio io”. Occorre anche avere organizzazioni capaci di non punirle proprio perché hanno avuto il coraggio di cominciare.
Chi prende l’iniziativa si espone. Chi propone una strada accetta inevitabilmente una quota di rischio. E chi decide di assumersi una responsabilità può anche sbagliare.
Credo quindi che una cultura autenticamente orientata alla leadership debba saper distinguere “l’errore commesso da chi prova responsabilmente ad agire dalla superficialità di chi agisce senza preparazione o consapevolezza”.
Mi piace molto anche la tua immagine del “faro nell’incertezza”. Aggiungerei però che un buon faro non dovrebbe semplicemente indicare agli altri dove andare: dovrebbe contribuire a creare persone capaci, a loro volta, di orientarsi e di diventare punti di riferimento.
Per questo condivido la tua conclusione: “chi si mette in gioco va certamente responsabilizzato, ma anche valorizzato, accompagnato e aiutato a trasformare persino l’errore in apprendimento.”
Altrimenti rischiamo un paradosso: invochiamo persone capaci di fare il primo passo e poi, al primo passo sbagliato, “insegniamo loro che sarebbe stato più conveniente restare ferme”.
E a quel punto torneremmo tutti ad aspettare “Qualcuno”.
Grazie davvero per aver aggiunto questo importante tassello alla nostra riflessione.
Un caro saluto,
Leo
Caro Leo,
il tema che affronti è cruciale ma, allo stesso tempo, estremamente intricato.
Essere leader significa avere una profonda consapevolezza di sé — del proprio coraggio, delle proprie forze, dei propri valori e della propria istruzione — e avere la capacità di metterli a servizio del gruppo al momento giusto. Al contrario, l’immobilismo di chi si siede ad aspettare il tuo famoso “QUALCUNO” nasconde spesso un mix di insicurezza e ipocrisia.
La vera guida sa quando deve essere pronta a fare il primo passo, ma ha anche l’umiltà di fare un passo indietro quando non serve. La leadership non ha bisogno di stellette o gradi militari: vive in ogni interazione umana finalizzata a un obiettivo comune. Persino nelle dinamiche di un condominio!
Ti chiedo quindi, Leo: come si allena questa “consapevolezza del limite”? Come si impara a capire quando il primo passo più coraggioso di un leader è proprio quello di fare un passo indietro, lasciando spazio all’auto-organizzazione degli altri?
Caro Giancarlo,
grazie per questa riflessione e soprattutto per la domanda finale, che trovo tutt’altro che semplice.
Credo che la consapevolezza del limite sia una delle forme più mature di consapevolezza di sé. Perché essere leader non significa necessariamente occupare sempre lo spazio dell’azione, della parola o della decisione. Significa anche comprendere quando la nostra presenza abilita gli altri e quando, invece, rischia di limitarli.
Come si allena? Credo innanzitutto imparando a farsi una domanda scomoda: “Sto intervenendo perché in questo momento servo davvero al gruppo, oppure perché ho bisogno di sentirmi necessario?”
La differenza può sembrare sottile, ma è enorme.
Fare il primo passo richiede coraggio. Ma può richiederne altrettanto fermarsi, affidarsi agli altri, accettare che trovino una strada diversa dalla nostra e persino consentire loro di sbagliare, quando le conseguenze lo permettono. Perché se siamo sempre noi a indicare la soluzione, rischiamo di creare ottimi esecutori anziché persone capaci di assumersi responsabilità.
Mi piace quindi pensare che “Comincio io” non significhi necessariamente “faccio io”.
A volte ‘
“comincio io” assumendomi la responsabilità di agire.
Altre volte “comincio io” creando le condizioni perché possa agire qualcun altro.
Ed è forse qui che il passo indietro smette di essere rinuncia alla leadership e ne diventa una delle espressioni più alte: “non sottrarsi alla responsabilità, ma rinunciare al protagonismo.”
Quando questo accade, “Qualcuno” non scompare. Fa qualcosa di ancora più importante: lascia spazio affinché possano diventare “Qualcuno” anche gli altri.
Grazie davvero. Mi hai regalato una domanda che merita di accompagnarci ancora nel nostro allenamento alla leadership.
Un caro saluto,
Leo
Testo potente e ispiratore, Leo. La metafora del personaggio “Qualcuno” che nessuno incontra mai fotografa perfettamente la realtà di molti contesti. Sostituire la domanda “A chi spetta?” con “Cosa posso fare io?” è il vero switch mentale che trasforma uno spettatore in un leader. Grazie per questo promemoria!
Grazie caro Paciocco, mi piace moltissimo la tua espressione: “switch mentale”.
In fondo, potrebbe bastare davvero una domanda.
Non più: “Chi dovrebbe farlo?”**
Ma: “Cosa posso fare io?”
La prima cerca “Qualcuno”.
La seconda lo fa nascere dentro di noi.
E se poi quel primo passo riesce a coinvolgere anche gli altri, il passaggio diventa ancora più bello: da “Comincio io” a “Cominciamo noi”.
È lì che “Qualcuno” può iniziare a diventare una squadra.
Grazie per averlo colto così bene!
Un caro saluto a voi tutti,
Leo
Caro Leo,
apprezzo molto la prospettiva da cui guardi alla leadership: non come attributo di un grado, ma come scelta personale che è possibile rinnovare in ogni istante, per rompere quell’inerzia che è purtroppo tipica delle organizzazioni complesse e articolate.
Nei commenti, e nelle tue stesse risposte, l’esempio è tornato spesso come fondamento della leadership, e lo condivido pienamente.
Dal mio punto di vista il significato più profondo dell’esempio si può trovare anche in una parola che si usa poco parlando di leadership: rinuncia. Dare l’esempio significa anche rinunciare a mettere sé stessi e i propri interessi davanti a quelli dell’unità o dell’organizzazione di cui si è responsabili. È rinunciare alla comodità di aspettare, al riconoscimento personale, talvolta alla certezza di avere ragione. Chi guida lo vediamo davvero non quando esercita un privilegio, ma quando sa rinunciarvi per primo. Ed è proprio questa rinuncia, percepita da chi ci sta accanto, a generare la fiducia che nessun grado può imporre.
Per questo credo che l’esempio sia la forma di leadership più accessibile e più libera. Nessuno può conferirla e nessuno può impedirla: basta cominciare, e accettare di mettere qualcosa di sé al servizio degli altri.
Grazie per questo prezioso spunto di riflessione.
Un caro saluto,
Pasquale A.
Caro Pasquale,
grazie davvero. Hai introdotto nel confronto una parola che mi ha fatto fermare a riflettere: rinuncia.
Siamo abituati ad associare la leadership a ciò che una persona conquista, assume o esercita: responsabilità, autorevolezza, capacità decisionale. Tu ci ricordi invece che esiste anche una leadership che si misura attraverso “ciò a cui siamo disposti a rinunciare”.
Rinunciare alla comodità dell’attesa. Al bisogno di avere sempre ragione. Al riconoscimento personale. Talvolta persino alla tentazione di esercitare un privilegio semplicemente perché potremmo farlo.
E trovo molto potente il legame che costruisci tra “rinuncia, esempio e fiducia”. Perché l’esempio autentico non si proclama: viene osservato. E quando le persone comprendono che chi guida è disposto a chiedere prima a sé stesso ciò che chiede agli altri, l’autorità formale può trasformarsi in qualcosa di molto più prezioso: autorevolezza.
Mi porto via dal tuo commento una convinzione ulteriore: forse “Comincio io” non significa soltanto essere il primo a fare. A volte significa anche essere il primo a rinunciare.
Ed è proprio attraverso scambi come questo che un articolo smette di appartenere soltanto a chi lo ha scritto e comincia ad arricchirsi del pensiero di chi lo legge.
Grazie, Pasquale, per aver aggiunto un tassello così prezioso al nostro allenamento alla leadership.
Un caro saluto,
Leo
Gentile Comandante,
ho letto con grande interesse l’articolo. La mia è, più che altro, una riflessione personale
Per quanto mi riguarda, sia nell’ambito professionale sia nella mia vita privata, non ho mai aspettato che “qualcuno” prendesse l’iniziativa di agire al posto mio
Ho sempre avvertito una sorta di “spinta” interiore, una responsabilità di “fare” in prima persona e vivo con grande insofferenza l’attesa dei tempi delle decisioni altrui
Vivo in un contesto professionale molto felice perché sono circondata da persone che, in caso di emergenza o comunque quando occorre gestire situazioni anche delicate, sono pronte a confrontarsi e a mettersi in gioco senza attendere che siano altri a fare la prima mossa
Sono fortunata
Gentilissima Florinda,
grazie davvero per questa riflessione, che aggiunge un elemento molto importante al tema dell’articolo.
Quella “spinta interiore” di cui parla è, a mio avviso, uno dei motori più autentici del “Comincio io”: non aspettare che qualcuno ci chieda di assumerci una responsabilità, ma sentirla prima ancora che diventi un compito.
Mi ha colpito, però, soprattutto la parte finale del suo commento. Lei scrive: “Sono fortunata”. E certamente lo è. Ma credo ci sia anche qualcosa di più.
Quando in un gruppo le persone sono disponibili a confrontarsi, a mettersi in gioco e a fare il primo passo senza aspettare gli altri, la responsabilità individuale comincia a diventare cultura condivisa. E forse è proprio questo uno dei segnali più belli di una squadra che funziona: non c’è più bisogno di aspettare “Qualcuno”, perché ciascuno sa che, quando serve, può scegliere di esserlo.
In fondo, il passaggio più bello potrebbe essere proprio questo: dal “Comincio io” al “Cominciamo noi”.
Grazie per aver condiviso la sua esperienza. Testimonianze come questa che trasformano un articolo in un confronto e, soprattutto, in un vero allenamento alla leadership.
Un caro saluto,
Leo
Articolo straordinario. Tocca uno dei nodi più critici della nostra cultura: l’attesa perenne di un “Qualcuno” …che finisce inevitabilmente per paralizzare ogni cambiamento.
Proprio per questo, penso sia uno spunto magnifico da portare nei team di lavoro e nelle organizzazioni (io l’ho fatto!!!), per aprire un confronto sincero sul senso di responsabilità condivisa.
Grazie per questo “allenamento” prezioso: ci ricorda che il primo passo, per quanto scomodo o incerto, è sempre l’inizio di ogni vera leadership.
Grazie di cuore caro Ferdi.
E confesso che quel “io l’ho fatto!!!” mi ha fatto sorridere.
Perché forse è proprio questo il passaggio che conta di più: leggere, riflettere, confrontarsi e poi decidere di portare un’idea fuori dalla pagina.
“Comincio io” nasce come assunzione personale di responsabilità. Ma se quel primo passo viene visto, raccolto e condiviso dagli altri, può accadere qualcosa di ancora più bello: “Comincio io” diventa “Cominciamo noi”.
Ed è proprio in quel passaggio, dall’iniziativa individuale alla responsabilità condivisa, che un gruppo può iniziare a diventare una vera squadra.
Grazie per non esserti limitato a leggere. Hai cominciato. E hai coinvolto altri nel cammino.
Spero a presto in presenza,
Leo
Caro Leo, grazie per questo spazio di confronto.
Spesso non interveniamo solo perché siamo in gruppo.
Il nostro cervello pensa: “Siamo in tanti, ci penserà qualcun altro”. Guardiamo gli altri e, vedendoli fermi, pensiamo che non sia così urgente.
Il valore del tuo “Comincio io” sta proprio nel rompere questo blocco. Fare il primo passo non significa essere perfetti, ma avere il CORAGGIO di esporsi senza paura di essere giudicati. Il bello è che questo gesto è contagioso: basta che si muova una persona per spingere anche gli altri a fare la propria parte.
Un caro saluto e buon allenamento a tutti!
Grazie davvero cara Ines per questa bella riflessione.
Hai colto un aspetto fondamentale: a volte non restiamo fermi nonostante siamo in tanti, ma proprio perché siamo in tanti. Ognuno osserva gli altri, aspetta un segnale e finisce per convincersi che sarà qualcun altro a intervenire.
È proprio qui che quel semplice “Comincio io” può fare la differenza. Non perché chi fa il primo passo abbia necessariamente la soluzione migliore o non abbia paura di sbagliare, ma perché rompe l’immobilismo e rende possibile anche il movimento degli altri.
E forse è questa una delle espressioni più belle della leadership: il nostro primo passo non serve soltanto a portarci avanti, ma può dare a qualcun altro il coraggio di compiere il proprio.
Grazie per aver aggiunto questo importante tassello alla riflessione. Buon allenamento anche a te e continuiamo ad allenarci insieme!
Un caro saluto a voi tutti,
Leo
Carissimo Comandante,
Il suo articolo arriva al momento giusto.
Mi ha colpito molto questa frase: “Finché aspettiamo Qualcuno, siamo spettatori.”
Da tempo ho smesso di cercare quel Qualcuno fuori.
Ho capito che quel Qualcuno potrei essere io, nel mio piccolo, ogni giorno.
“Comincio io” – me lo porto con me.
Grazie per il pensiero.
Sang
Carissimo Sang,
grazie a te per queste parole.
Hai colto esattamente il cuore della riflessione: “Qualcuno” non è necessariamente una persona straordinaria che arriva da lontano a cambiare le cose. Molto più spesso, quel Qualcuno siamo noi, nel nostro piccolo, proprio come scrivi tu.
E forse la parte più importante è quel “ogni giorno”. Perché la leadership non si manifesta soltanto nelle grandi decisioni o nei momenti eccezionali. Vive nelle piccole scelte quotidiane: quando decidiamo di non voltare lo sguardo, di assumerci una responsabilità, di fare un passo avanti senza aspettare che lo faccia qualcun altro.
Per questo mi fa particolarmente piacere sapere che porterai con te quelle due parole: “Comincio io”.
Se anche una sola riflessione riesce a trasformarsi in un piccolo gesto concreto, allora scrivere questo articolo ne è valsa la pena.
Grazie davvero, Sang. E allora continuiamo così: un “Comincio io” alla volta.
Un caro saluto,
Leo
Caro Leo, grazie in primis. Un articolo profondo e coerente e illuminante.
Nella mia esperienza esistono 3 elementi che voglio condividere:
1. Il manager o il leader è tale quando è un saviour captain: è al servizio e abilita in modo fondativo la squadra, prepara ognuno per la sua capacità, a sostituirlo un giorno
2. Il leader è costantemente sul bordo della propria zona di conforto e trascina tutti fuori dove non c’è niente di noto. Risolve le due domande chiave: so cosa non so, non so cosa non so
3. Spesso la sera è solo, crede come un religioso fervente, nella sua idea e come un filosofo è capace di metterla in discussione, verificarla, modificarla e adattarla al suo obiettivo primario: portare un beneficio
A presto
Simone
Caro Simone, grazie a te.
Il tuo commento non si limita ad aggiungere una riflessione all’articolo: lo arricchisce e, in qualche modo, lo porta un passo più avanti.
Mi ritrovo molto nei tre elementi che hai evidenziato.
Mi piace in particolare l’idea del leader come saviour captain, soprattutto quando la sua leadership si misura non nel rendersi indispensabile, ma, quasi paradossalmente, nel preparare gli altri a poter fare un giorno a meno di lui. Forse è proprio questa una delle forme più alte di leadership: far crescere persone capaci non soltanto di seguirci, ma anche di sostituirci e, perché no, di superarci.
Trovo poi molto potente l’immagine del leader sul bordo della propria zona di comfort. È proprio lì che la leadership diventa esplorazione: avanzare anche quando non abbiamo tutte le risposte, riconoscendo ciò che non sappiamo e mantenendo l’umiltà necessaria per scoprire persino ciò che ancora non sappiamo di non sapere.
E infine hai toccato un aspetto di cui si parla forse troppo poco: la solitudine della responsabilità. Credere profondamente in un’idea e, nello stesso tempo, avere la lucidità di metterla continuamente in discussione richiede coraggio, ma anche una grande disciplina interiore.
In fondo, forse il leader è proprio questo: qualcuno che crede abbastanza da cominciare, dubita abbastanza da continuare a imparare e si mette al servizio abbastanza da lasciare gli altri più forti di come li ha trovati.
Grazie davvero, Simone. Commenti come il tuo danno senso al confronto che vorrei alimentare attraverso queste pagine.
A presto,
Leo
Caro Comandante,
leggere questo articolo mi ha fatto fare un salto indietro nel tempo, a quando ho avuto l’onore di averLa come mio Comandante di Reggimento all’8° Bersaglieri.
Trovo che in queste righe ci sia l’essenza esatta del Suo modo di guidare: un leader che non ha mai fatto pesare il grado dall’alto di una cattedra, ma che ha sempre preferito dimostrare le cose con l’esempio, l’onestà intellettuale e, soprattutto, mettendoci la faccia in prima persona.
Nelle dinamiche militari siamo abituati a una struttura gerarchica forte, dove i ruoli sono definiti. Eppure, come Lei sottolinea magistralmente nell’articolo, il grado definisce solo la posizione, ma è l’azione quotidiana e la capacità di assumersi la responsabilità delle scelte — anche quelle difficili — che trasforma un Comandante in un vero Leader. All’8° ci ha insegnato proprio questo: a non essere spettatori, a non aspettare che “qualcun altro” risolvesse i problemi, ma a fare con orgoglio e senso del dovere il nostro primo passo.
La ringrazio per questo prezioso promemoria e per continuare a essere, anche attraverso questo blog, uno stimolo costante alla crescita personale e professionale.
Un grandissimo e caloroso saluto.
Cuore saldo e… Oltre l’ostacolo!
Carissimo Nicola,
ci sono commenti che fanno piacere e altri che arrivano più in profondità. Il tuo appartiene decisamente ai secondi.
Ritrovare nelle tue parole il ricordo del GRANDE OTTAVO e di ciò che abbiamo vissuto insieme mi emoziona e, allo stesso tempo, mi ricorda quanto sia grande la responsabilità di chi ha il privilegio di guidare altre persone.
Ho sempre pensato che il grado possa attribuire un’autorità, ma che la leadership vada conquistata ogni giorno, attraverso l’esempio, la coerenza, la responsabilità e la disponibilità a fare quel primo passo che chiediamo agli altri di compiere.
Se qualcosa di tutto questo è rimasto nel vostro ricordo, ne sono profondamente orgoglioso. Ma permettimi di aggiungere una cosa: anche voi avete lasciato molto a me. Perché non esiste Comandante senza i suoi uomini e le sue donne, e non esiste leadership senza fiducia reciproca.
Grazie di cuore per questa testimonianza. È uno di quei messaggi che danno ancora più senso al desiderio di continuare a scrivere, condividere e, soprattutto, continuare ad allenarci alla leadership.
Un abbraccio forte.
Cuore saldo e… Oltre l’ostacolo!
Leo
Caro Leo solo un’emozione
Qualcuno dovrebbe fare qualcosa». Me lo ripeto e, per un momento, mi sento a posto. Poi però penso: e io, cosa potrei fare?
Potrei cominciare dicendo quello che ritengo giusto, anche fuori dal coro, accettando di essere giudicato e di potermi sbagliare. Ma la paura più grande arriva dopo: far seguire i fatti alle parole. Perché finché esprimo un’idea posso sentirmi coraggioso; quando devo metterla in pratica, mi accorgo di quanto mi costa.
È il peso della coerenza: trovare il tempo, rinunciare a qualche comodità, mantenere un impegno anche quando l’entusiasmo passa. E se qualcuno cominciasse a contare su di me, non potrei cavarmela con un altro buon proposito.
Forse è questo che mi trattiene davvero. So che, se comincio, poi dovrò fare la mia parte. Non so quanto riuscirò a fare, ma posso scegliere un piccolo impegno concreto e provare a mantenerlo. Anche quando avrò voglia di dire, ancora una volta: ci pensi qualcun altro\.
Carissimo Comandante,
grazie per questa riflessione così sincera.
Mi ha colpito molto la sua espressione “il peso della coerenza”, perché aggiunge un tassello fondamentale: dire “Comincio io” è importante, ma il vero banco di prova viene dopo, quando occorre trasformare l’intenzione in comportamento e continuare anche quando l’entusiasmo iniziale si affievolisce.
Forse la leadership si misura proprio nella distanza tra ciò che diciamo e ciò che siamo disposti a fare, soprattutto quando costa fatica, tempo o qualche rinuncia.
E condivido pienamente la sua conclusione: non dobbiamo necessariamente cominciare da qualcosa di grande. Possiamo scegliere un piccolo impegno concreto e mantenerlo. Perché, alla fine, la coerenza non si proclama: si costruisce un passo alla volta.
Grazie davvero. La sua riflessione mi lascia un’altra domanda che vale la pena portare con noi: non solo “Cosa posso fare io?”, ma “Cosa sono disposto a continuare a fare anche quando nessuno me lo chiederà?”
Cordiali saluti,
Leo
Caro Leo,
questo Qualcuno effettivamente credo se la faccia in tutti gli ambiti della nostra vita quotidiana. Uscendo per un attimo dell’ambito professionale/lavorativo, vorrei contribuire alla discussione condividendo quello che ho notato nell’ambito dell’associazione di volontariato di cui faccio parte ormai da tanti anni. Il nostro caro Qualcuno non ha mai mancato di farsi notare, anche tra noi volontari. Strana combinazione quella di un ambito vissuto per scelta/vocazione e l’assenza del “primo passo” di cui parli. Si preferisce per comodità che sia Qualcun altro a dare il La ad iniziative o percorsi che presuppongono un impegno maggiore in termini di tempo, risorse e accrescimento culturale. Altra osservazione che vorrei portare è che la leadership in ambito volontariato è difficile da allenare, perché spesso non beneficia di una strada agevolata da un grado o autorità e, ancora più spesso, chi si propone di fare il primo passo spesso è visto come alla ricerca di ribalta o visibilità. Questa percezione distorta in tanti casi si trasforma in un freno a mano per chi vorrebbe fare il pluri citato “primo passo”. Le osservazioni fatte finora non sono ovviamente una giustifica per alleviare le coscienze di chi preferisce seguire, ma semplicemente la consapevolezza del fatto che la strada del leader è “bellissimamente” in salita e non priva di ostacoli. Detto ciò, non mi resta che farti ancora e sempre i miei complimenti per la tua competenza e passione nelle vesti di divulgatore. Ti abbraccio ✌️
Grazie di cuore caro Sasà per questa bellissima riflessione e per aver portato nel confronto l’esperienza del volontariato, che aggiunge una prospettiva particolarmente interessante.
Hai toccato un punto fondamentale: quando non possiamo fare affidamento sul grado, sul ruolo o sull’autorità formale, la leadership deve conquistarsi ogni giorno la propria autorevolezza attraverso l’esempio, la credibilità e la capacità di coinvolgere gli altri.
Trovo molto vera anche la tua osservazione sul rischio che chi prova a fare il primo passo venga talvolta interpretato come qualcuno alla ricerca di visibilità. È proprio in quei momenti che motivazioni, umiltà e perseveranza vengono messe alla prova. Perché fare il primo passo non significa necessariamente voler stare davanti agli altri, ma può significare semplicemente mettersi al servizio di qualcosa che riteniamo importante.
E mi piace moltissimo la tua definizione della strada del leader come “bellissimamente in salita”. Forse è proprio così: faticosa, a volte fraintesa, certamente non priva di ostacoli, ma straordinariamente capace di farci crescere.
Grazie per aver aggiunto un altro importante tassello a questa conversazione. Continuiamo a fare il primo passo. E ad allenarci insieme.
Un grande abbraccio,
Leo
E allora, cominciamo… partiamo dai ringraziamenti per aver condiviso questo articolo, contornato poi da belle riflessioni di tutti i lettori.
Personalmente, credo che tutto parta da alcune semplici qualità che, prima ancora di appartenere a un leader, appartengono alla persona: coraggio, impegno, spirito di iniziativa, capacità di decidere, ma anche buon senso e umiltà di mettersi in discussione.
Qualità che, unite alla volontà di dare l’esempio, mettersi in gioco, spronare gli altri e guardare oltre il proprio interesse personale, possono davvero fare la differenza.
Penso che sia proprio questo il punto: sentirsi liberi di esprimere un proprio pensiero, prendere un’iniziativa o fare una scelta, non per ottenere qualcosa, ma perché quel gesto, azione o quelle parole potrebbero essere utili a “Qualcuno”.
E chissà chi potrebbe essere quel “Qualcuno” che un giorno potrà beneficiare di queste riflessioni.
In fondo, anche leggere i numerosi commenti degli altri lettori aiuta a capire che c’è chi condivide i nostri dubbi e pensieri che, con il suo intervento, può offrirci un punto di vista diverso.
Se mi posso permettere, colgo anche l’occasione per lanciare una piccola sfida a chi, per mancanza di tempo o altro, non ha ancora trovato il modo di condividere il proprio pensiero.
Perché aspettare e non cominciare?
A volte basta poco: un’idea, una riflessione, anche un semplice commento.
E chissà che proprio quelle parole non siano ciò che quel “qualcuno” stava aspettando.
Concludo con il mio pensiero dicendo che essere in grado di decidere per sé stessi è quasi naturale, ma assumersi la responsabilità decidere sensatamente anche per gli altri può fare la differenza.
Buon esercizio a tutti.
Grazie davvero Carlo per questa bella riflessione.
Hai fatto qualcosa che trovo perfettamente coerente con lo spirito dell’articolo: non ti sei limitato a raccogliere un pensiero, ma hai scelto di aggiungere il tuo e di invitare altri a fare altrettanto. Chapeau!
Mi piace molto anche l’idea che una parola, un gesto o una riflessione possano essere utili a un “Qualcuno” che forse neppure conosciamo.
In fondo, anche questo significa assumersi una responsabilità: mettere a disposizione degli altri qualcosa di noi senza sapere necessariamente quale effetto produrrà.
E condivido la tua conclusione: decidere per sé stessi è importante, ma assumersi responsabilmente il peso di decisioni che possono incidere anche sugli altri è uno degli esercizi più impegnativi della leadership.
Grazie anche per aver rilanciato la sfida agli altri lettori. A questo punto non mi resta che raccoglierla anch’io: perché aspettare? Cominciamo. E continuiamo ad allenarci insieme.
Una volta raccolti tutti i commenti di voi lettori, riscriviamo l’articolo?
Un caro saluto,
Leo
Tra queste righe c’è tutta la fatica del primo passo: il timore di sbagliare, di esporsi, di ritrovarsi soli. E c’è la possibilità più bella: che qualcuno, vedendoci cominciare anche con le nostre incertezze, trovi il coraggio che gli mancava.
Hai dato alla responsabilità un volto umano. Quello di chi mantiene una promessa, ammette un errore, si ferma ad ascoltare anche quando avrebbe fretta. Gesti piccoli, dei quali spesso ci accorgiamo davvero solo quando vengono a mancare.
Grazie, Leo. Chiudo questa lettura con una domanda che mi riguarda da vicino: quale passo sto rimandando, che potrebbe fare bene anche a qualcun altro?
Grazie di cuore per queste parole caro Alessandro.
Hai colto un aspetto a cui tengo molto: il primo passo non appartiene a persone senza paura o senza dubbi, ma a persone che scelgono di agire nonostante le proprie incertezze.
Mi piace molto anche il tuo richiamo ai piccoli gesti, quelli che spesso sembrano invisibili e dei quali, come dici, comprendiamo davvero il valore quando vengono a mancare. Forse è proprio lì che la leadership diventa più autentica: nella coerenza quotidiana, anche quando nessuno ci guarda.
E trovo bellissima la domanda con cui chiudi. In fondo, è proprio questo l’allenamento che vorrei lasciare a chi legge: “Qual è il passo che sto rimandando e che, se decidessi di compiere, potrebbe fare bene anche a qualcun altro?”
Grazie davvero per aver trasformato la lettura in una riflessione così personale. È proprio così che ci alleniamo alla leadership, insieme.
Un caro saluto,
Leo
Caro Comandante, accetto di buon gusto il suo invito a condividere con Lei il mio pensiero. Su uno spunto, che mi da modo di riflettere. La sua riflessione tocca un nervo scoperto che va ben oltre le dinamiche, ad esempio del nostro mondo militare, tocca il modo in cui decidiamo di abitare la nostra vita quotidiana. Mi ha ricordato moltissimo la filosofia dell’autore americano John G. Miller in QBQ!, un testo che ha rivoluzionato il mio modo di vedere le cose. Miller spiega che passiamo gran parte dell’esistenza a porci le domande sbagliate, quelle che iniziano con ‘Perché?’ o ‘Quando?’ (es. ‘Perché capitano tutte a me?’, ‘Quando le cose cambieranno?’). Questo atteggiamento ci intrappola nel ruolo di vittime in attesa di un ‘Qualcuno’ che arrivi a salvarci o a risolvere la situazione al posto nostro.
Leggendo il Suo articolo, ho trovato una perfetta convergenza con il pensiero di Miller. Entrambi ci ricordate che l’unico modo per far sparire quel ‘Qualcuno’ fantomatico è fare una correzione grammaticale nei nostri pensieri, formulando domande che iniziano solo con ‘Cosa’ o ‘Come’ e che contengono sempre la parola ‘Io’.
Nella vita di tutti i giorni, l’allenamento alla leadership personale comincia nelle piccole cose: non aspettare che sia il partner a fare il primo passo dopo una discussione (‘Come posso fare io un passo verso di lui/lei?’), non aspettare che le circostanze della vita migliorino da sole (‘Cosa posso fare io, oggi, con le risorse che ho?’).
Avvaloro e sposo appieno il Suo invito: il ‘Comincio io’ non è un atto di eroismo per pochi eletti, ma una scelta quotidiana di responsabilità. Smettere di cercare alibi e iniziare a chiederci cosa dipenda da noi è l’unico modo per riprendere in mano il timone della nostra vita. Grazie per questo prezioso promemoria ed è sempre un piacere condividere questi pensieri con Lei….
Carissimo Salvatore, grazie davvero per questa riflessione così ricca e per aver condiviso anche questo interessante collegamento.
Mi ha colpito soprattutto il tema delle domande che scegliamo di porci, perché spesso è proprio da lì che cambia il nostro modo di affrontare la realtà.
Passare dal “Perché succede?” o “Quando cambierà?” al “Cosa posso fare io?” significa spostarsi dall’attesa alla responsabilità, dalla posizione di spettatore a quella di protagonista.
E condivido pienamente anche un altro punto: “Comincio io” non è eroismo, né la presunzione di poter risolvere tutto. È la scelta, molto più concreta, di assumersi la responsabilità di ciò che dipende da noi, anche nelle piccole situazioni della vita quotidiana.
Mi piace molto la tua immagine finale del riprendere in mano il timone della propria vita. Forse è proprio questa una delle forme più autentiche di leadership personale.
Grazie per aver arricchito la riflessione e, soprattutto, per esserti allenato insieme a noi.
Un carissimo saluto,
Leo
Comandante, una riflessione che condivido profondamente e che richiama un principio fondamentale: la leadership non si misura soltanto nell’autorità che si esercita, ma soprattutto nella responsabilità che si è disposti ad assumere.
Credo che il passaggio dal chiedersi “A chi spetta?” al domandarsi “Che cosa posso fare io?” rappresenti una delle espressioni più autentiche della maturità di un leader.
Aggiungerei, però, un ulteriore aspetto: un buon LEADER non deve soltanto avere il coraggio di fare il primo passo, ma deve saper trasmettere ai propri uomini e donne la fiducia, la consapevolezza e la determinazione necessarie affinché siano loro stessi a compierlo, anche in sua assenza.
Forse è proprio questa la più grande eredità di chi esercita il comando: non lasciare semplicemente il ricordo o l’impronta delle proprie decisioni, ma formare uomini e donne capaci di assumersene di nuove.
Avendo avuto l’opportunità di conoscerLa come Comandante (e Leader) di reggimento, questa riflessione assume per me un significato ancora più particolare.
Grazie Comandante, per questo ulteriore spunto di crescita personale e professionale.
Grazie Ugo per queste parole,
che assumono per me un valore particolare proprio perché abbiamo condiviso un tratto di strada professionale.
Hai colto un punto fondamentale: il vero traguardo di un leader non è solo essere sempre “Quel Qualcuno”, ma creare le condizioni affinché altri abbiano la fiducia, la competenza e il coraggio per diventarlo, anche quando lui non c’è.
Forse è proprio questa l’eredità più bella del comando: non lasciare persone che abbiano bisogno di noi, ma persone che, grazie anche al cammino fatto insieme, siano pronte ad assumersi nuove responsabilità e a guidare a loro volta.
Grazie per aver arricchito questa riflessione e, soprattutto, per il pezzo di strada percorso insieme.
Un caro saluto,
Leo
Carissimo Leo, la capacità e spesso il coraggio di compiere il primo passo sono caratteristiche fondamentali di ogni buon leader. L’azione risolve molti problemi e sprigiona energie non visibili e non prevedibili inizialmente. L’inazione e la procrastinazione finiscono per ingigantire ogni pur piccolo problema e per frustrare ogni componente del team. Fatto il primo passo, quelli che seguono appaiono più semplici, magari non essendolo, per il semplice fatto che possono essere corretti e orientati sulla base del primo (i cari vecchi scostamenti in condotta!). Sia chiaro, il vero leader non è un folle che compie quel primo passo alla cieca o alla leggera incurante delle conseguenze. Al contrario, conosce, valuta e accetta consapevolmente il rischio sulla base di preparazione, attitudine e contesto. Un abbraccio e a presto!
Grandissimo Matteù, grazie per questa riflessione così concreta e, direi, “operativa”.
Hai colto un punto fondamentale: “Comincio io” non significa affatto “mi lancio alla cieca”. Il primo passo del leader nasce dalla capacità di leggere il contesto, valutare il rischio e assumersene consapevolmente la responsabilità.
Mi piace molto anche il richiamo ai nostri cari “scostamenti in condotta”: una volta iniziato il cammino, osserviamo gli effetti delle nostre decisioni, correggiamo la rotta e continuiamo ad avanzare.
Forse è proprio questa la differenza tra impulsività e leadership: il coraggio di agire unito alla responsabilità di valutare e, quando necessario, correggere.
Un abbraccio e a presto!
Leù
Grazie Leo!
Sei d’ispirazione e motivazione.
Credo che il piacere (intimo) di essere quel Qualcuno di cui tu parli sia la vera essenza. Essere il Qualcuno fa bene a se stessi (oltre che all’organizzazione) dona autostima e ci pone sempre in esercizio mentale rendendoci così sempre più pronti ad assumere il ruolo del Qualcuno. In tutto questo però la “demagogia dell’errore” è fondamentale. La leadership che deve poi sancire deve avere la “cultura dell’errore” consentendo al Qualcuno di esprimersi serenamente e con quella “leggerezza “ che lo pone nelle condizioni di funzionare al meglio.
Grazie Leo!
Grazie a te caro Aldo per aver condiviso questo bel pensiero.
Hai aggiunto un tassello fondamentale: essere “Quel Qualcuno” non fa crescere soltanto l’organizzazione, fa crescere prima di tutto noi stessi.
Ci allena alla responsabilità, alla decisione e alla fiducia nelle nostre capacità.
Ma perché le persone abbiano il coraggio di esporsi serve anche una vera cultura dell’errore, nella quale sbagliare non significhi essere condannati, ma avere l’opportunità di imparare e migliorare.
Forse uno dei compiti più importanti di un leader è proprio questo: creare le condizioni perché sempre più persone abbiano il coraggio di dire “Comincio io”.
Grazie davvero per aver arricchito il confronto.
Un caro saluto,
Leo
In dialetto Calabrese, si è soliti indicare con il sostantivo “angunu” (qualcuno), un’entità impersonale ed indifferenziata che potremmo definire come una sorta di proiezione esterna, di raffigurazione simbolica, ossia di una persona o di un mattatore che compare e si impossessa della scena.
Per analogia, un leadership cui affidiamo o identifichiamo il nostro percorso o le nostre idealità.
L’invito cui alla ricerca del nostro configurare una leadership interiore (e non solo di facciata), purtroppo, risente delle nostre paure o forse del nostro modo ancestrale di rivolgerci alla sicurezza altrui (divino o gerarchico) oppure, come sostengono filosofi e pensatori unanimemente (cito Eraclito e Gurdjieff), siamo troppo dormienti (e comodi) per sottrarci alle nostre responsabilità.
L’omologazione ci induce a non essere consapevoli ed a non accettare strade di responsabilità, nel solco della omogeneizzazione e del livellamento culturale.
Il monito di una leadership è un veicolo puro ed incontaminato per la crescita personale, per il sollevamento dal pensiero indotto, per la proliferazione di nuovi orizzonti neuronali (come insegnano le neuroscienze) e, se adottata con senso della misura, come un continuo annaffiare la propria coscienza interiore.
Maurizio, grazie per questa riflessione così profonda.
Trovo molto suggestivo il richiamo ad “angunu”: quasi la rappresentazione linguistica della nostra tendenza ad attendere fuori di noi ciò che, invece, dovremmo imparare a cercare dentro di noi.
Mi piace soprattutto il concetto di leadership interiore. Prima ancora di guidare gli altri, occorre imparare a governare sé stessi, sottraendosi alla comodità dell’alibi, dell’omologazione e dell’attesa. Forse il primo vero atto di leadership consiste proprio nel diventare consapevoli che quel “Qualcuno” che aspettiamo può cominciare da noi.
E, come suggerisci efficacemente, questa consapevolezza va coltivata e “annaffiata” ogni giorno.
Grazie ancora per aver aggiunto questa prospettiva alla riflessione.
Un caro saluto,
Leo
Comincio io, sono due parole semplici, ma che fanno la differenza.
È facile dire cosa andrebbe fatto, molto meno essere i primi a farlo. Spesso basta qualcuno che si rimbocchi le maniche, senza aspettare ordini o applausi, per spingere anche gli altri ad agire.
Il vero esempio non si dà a parole, ma con i fatti. Soprattutto quando costa fatica, è scomodo e nessuno ci guarda.
Perché il cambiamento comincia proprio da chi smette di dire “qualcuno dovrebbe” e decide di cominciare lui!
Grazie mille per lo spunto!
Grazie a te caro Patrich per questa bella riflessione.
Hai colto un punto che considero fondamentale: “Comincio io” acquista ancora più valore quando non ci sono ordini da eseguire, applausi da ricevere o qualcuno che ci guarda. È lì che l’esempio diventa autentico e la responsabilità diventa leadership. E, qualche volta, basta davvero il primo passo di una persona per rendere possibile quello di molte altre.
Il cambiamento, in fondo, comincia così: qualcuno smette di aspettare e decide di iniziare.
Un caro saluto,
Leo
Brano ricco, lucido è molto chiaro nell’analizzare un concetto spesso avvolto da aspetti antropologicamente ghettizzati sulla mera gerarchia e poco focalizzati sul carisma e sulla padronanza di linguaggio oltre che l’attitudine di certi individui ad essere “stelle polari” per gli altri.
Grazie per aver condiviso con me queste riflessioni.
Grazie davvero Onofrio per queste parole e per la bella immagine delle “stelle polari”.
Credo anch’io che la leadership autentica vada ben oltre la gerarchia: non nasce soltanto da un ruolo, ma dalla capacità di essere un punto di riferimento credibile per gli altri, attraverso l’esempio, la competenza e la coerenza.
In fondo, un leader non indica semplicemente una direzione: fa sì che gli altri scelgano di seguirla.
Grazie per aver arricchito la riflessione.
Un caro saluto,
Leo
Essere sempre quel Qualcuno, alla lunga, diventa faticoso. Ogni tanto si cerca di provare a non essere quel Qualcuno, poi ci si rende conto che nessuno fa il passo per diventare quel qualcuno e, così, ci si ritrova a farlo sempre e solo noi.
Nella società moderna, le organizzazioni sono popolate da una varietà di persone, e a volte l’esempio non basta.
Per fortuna, però, ogni tanto (anche se di rado) l’esempio viene seguito.
Capita così che, quando si sceglie volutamente di non essere quel qualcuno, qualcun altro apra le ali e inizi a esserlo. Riconoscerlo e riconoscerglielo è una delle cose fondamentali da fare.
È così che pian piano comincia a formarsi un team: un gruppo di persone guidato da un leader, dove ognuno è Qualcuno, ma soprattutto con la consapevolezza che il ruolo di quel Qualcuno non deve ricadere sempre sulla stessa persona.
In questo modo, il carico emotivo, mentale, psicologico e fisico si distribuisce gradualmente, alleggerendosi per tutti.
Perseverare ad essere Qualcuno alla guida di un Team a lungo andare premia, ma spesso il lungo termine è molto lungo, è una vera prova di endurance per la quale bisogna allenarsi a lungo, spesso ci si troverà a fallire, ma poi alla fine la costanza ci porterà al traguardo.
Grazie Paolo, riflessione davvero profonda.
Hai colto un punto fondamentale: essere sempre “Quel Qualcuno” può diventare faticoso, ma forse il vero successo arriva quando il nostro esempio aiuta qualcun altro a diventarlo.
È lì che nasce davvero il team: quando responsabilità, iniziativa e fatica non appartengono più a uno solo, ma diventano patrimonio condiviso. E mi piace molto l’immagine dell’endurance: anche la leadership richiede allenamento, perseveranza e capacità di rialzarsi.
Il traguardo, in fondo, non è arrivare da soli, ma riuscire a far crescere altri capaci di correre insieme a noi.
Un carissimo saluto,
Leo
Bella riflessione nella quale mi ritrovo molto. Nella mia esperienza di comando ho imparato che assumersi la responsabilità e dare l’esempio sono fondamentali, ma altrettanto importante è saper fare un passo indietro, lasciando agli altri lo spazio per crescere, decidere e anche sbagliare. Non è sempre facile trovare il giusto equilibrio tra guidare e lasciare autonomia, ma credo sia proprio questa una delle sfide più importanti della leadership. In fondo, penso che il valore di un leader si misuri anche nella fiducia che riesce a trasmettere e nella capacità di far crescere chi ha accanto.
Grazie Pasquale per aver condiviso uno scorcio della tua esperienza
Hai colto un aspetto fondamentale: “guidare non significa occupare sempre la scena, ma anche sapere quando fare un passo indietro per consentire agli altri di farne uno avanti”.
Dare fiducia, accettare che possano esserci anche errori e accompagnare la crescita delle persone è forse una delle forme più mature di leadership.
Perché un vero leader non crea dipendenza da sé, ma forma persone capaci di camminare anche senza di lui.
Un caloroso abbraccio,
Leo
Leadership e responsabilità, anzi la leadership è responsabilità. Trovarsi in un momento critico, dove sei rimasto con il cerino in mano a dover decidere sai già che ti troverai tra l’incudine ed il martello. Ci sono persone che non sanno perché sia necessario dover prendere certe decisioni, altre “sopra di te” che ti ci portano, quando non è più possibile riuscire ad essere accomodanti con tutti vuol dire che è arrivato il momento di decidere, di essere responsabile, agire e soprattutto dare il buon esempio. Mettersi in gioco in prima persona è l’esempio calzante di come si debba fare leadership.
Leo, mi rendo conto che sia un bene parlare, forse anche sfogarsi su questi argomenti, sapendo che in tante decisioni che prendiamo quotidianamente ci si mette la faccia e ci si rimbocca le maniche sperando alla fine di fare bene e sapendo di aver agito con responsabilità. Specialmente in settori dove difficilmente ci si può permettere di sbagliare o di andare per tentativi.
Grazie Fabrizio per questa riflessione, molto concreta e vissuta. Condivido: “leadership è responsabilità”, soprattutto quando arriva il momento in cui non si può più rimandare e bisogna decidere, metterci la faccia e assumersi le conseguenze delle proprie scelte.
Non sempre avremo la certezza di aver fatto la scelta migliore, ma possiamo pretendere da noi stessi di aver agito con competenza, coscienza e senso di responsabilità. Ed è proprio nei momenti più difficili che l’esempio del leader acquista ancora più valore.
Un caloroso saluto,
Leo
Grazie per questo importante contributo di pensiero. Reputo che il cuore del problema risieda spesso in una diffusa mancanza di coraggio ovvero guardarsi allo specchio e ammettere le proprie responsabilità, senza nascondersi dietro la scusa che le cose “vanno così” o che spetti a qualcun altro intervenire. Riconoscere la propria parte di responsabilità, anche quando comporta ammettere un errore o fare una scelta scomoda, è il primo, vero atto di onestà intellettuale e di leadership in primis con sé stessi.
Dimentichiamo o non ci soffermiamo a pensare che ognuno di noi, nel suo piccolo, può e deve sempre fare qualcosa per apportare un cambiamento. Il grande cambiamento non è altro che la somma di tanti piccoli passi individuali, facendo in modo di riappropriarsi del proprio ruolo di incidere fattivamente sulla realtà.
Grazie Gaetano per questo prezioso contributo.
Mi ritrovo molto nell’idea della leadership prima di tutto verso sé stessi. “Cosa posso fare io?”* è forse una delle domande più potenti che possiamo porci.
Perché il cambiamento non nasce necessariamente da grandi gesti, ma da tante persone che scelgono, ciascuna nel proprio spazio di responsabilità, di cominciare. Ed è anche questo che dobbiamo allenare.
Un caro 👋,
Leo
leggendo questo scritto, come molti credo, ho rivisto scene reali dove tutto quanto è stato descritto si è realizzato. Il “primo passo”, che risponde al “se vuoi qualcosa inizia” è l’elemento discriminante. Si cresce e ci si allena col “primo passo”, da bambini quando impariamo a camminare, nel fare la prima amicizia, nella prima “cotta”, alla prima interrogazione, nelle situazioni di imbarazzo, stallo o difficoltà della vita lavorativa e sociale. Condivido appieno e credo che questa storia sia davvero il punto di partenza per la costruzione di quella leadership a cui tu, caro Leo, ha dedicato tanto studio e passione. Grazie per ciò che pubblichi perché ci consentì di “rubare” qualcosa di utile per crescere e migliorare.
Grazie caro Peppone,
hai colto perfettamente lo spirito della riflessione: “tutto comincia da un primo passo”. Da bambini ci permette di camminare, da adulti ci permette di crescere, cambiare e assumere responsabilità. Anche la leadership, in fondo, si allena così: un passo alla volta, scegliendo di iniziare anziché aspettare che lo faccia qualcun altro.
Grazie ancora per aver arricchito la riflessione.
Un carissimo saluto,
Leo
Grazie per il profondo spunto di riflessione.
Spesso l’inerzia non è casuale, ma intenzionale: l’inazione collettiva si trasforma nella giustificazione morale del singolo. In un sistema compromesso da questa mentalità, il fare viene percepito come un elemento estraneo e destabilizzante. Pertanto, se in un’organizzazione sana ma bloccata la spinta del leader è decisiva per ripartire, in un sistema malato il leader viene isolato, attaccato e privato di potere. In questo scenario, la sua guida si trasforma in una logorante crociata contro i mulini a vento, al pari di un moderno Don Chisciotte. Ciò non come giustificazione a non agire per il leader, perché alla fine anche don chisciotte non si è mai arreso, non poteva farlo perché la resa e l’ inerzia non sono nella natura di un leader, ma è solo un amara considerazione. A mio avviso non tutte i meccanismi sono sanabili con l’ esempio e la leadership, nei casi più gravi alcuni elementi deviati vanno allontanati o messi in condizione di non inquinare il gruppo, e da lì si può ripartire.
Grazie Gaetano, hai toccato un punto tutt’altro che semplice.
La leadership non è soltanto esempio e capacità di ispirare: è anche responsabilità di “proteggere il gruppo dalle dinamiche che ne compromettono il funzionamento”. Il leader deve provare a recuperare, coinvolgere e responsabilizzare, ma deve anche saper decidere quando determinate situazioni richiedono scelte coraggiose. L’importante è non diventare Don Chisciotte: la leadership deve generare cambiamento, non consumarsi inutilmente contro l’inerzia.
Un caro saluto,
Leo
Buongiorno Comandante,
la ringrazio per aver condiviso questa interessante riflessione, che mi offre lo spunto per approfondire un aspetto della leadership che considero particolarmente delicato: il coraggio di essere quel “Qualcuno”, soprattutto all’interno di organizzazioni fortemente gerarchizzate.
Tempo fa mi colpì un’immagine che raffigurava una barca piena di persone in giacca e cravatta. Un nuovo arrivato, osservando qualcosa che non funzionava (un buco nella barca), provava a suggerire un cambiamento. La risposta degli altri era più o meno questa: «Abbiamo sempre navigato così e siamo sempre andati avanti. Se non ti piace questa barca, sei libero di scendere».
Una metafora semplice, ma a mio avviso estremamente significativa.
Spesso chi arriva con occhi nuovi, magari un giovane professionista, riesce a individuare criticità o possibilità di miglioramento che chi opera nello stesso ambiente da molti anni tende a non vedere più. Non necessariamente per mancanza di competenza o buona volontà, ma perché talvolta l’abitudine ci porta a considerare immutabile ciò che è semplicemente consolidato.
Eppure, in ambienti dove la gerarchia e l’anzianità hanno un peso importante, trovare il coraggio di dire “Comincio io” non è sempre semplice. Proporre un’idea diversa può essere interpretato come una critica, una mancanza di rispetto o addirittura una sfida all’autorità.
Ed è proprio qui che, secondo me, emerge una dimensione fondamentale della leadership: non basta avere il coraggio di vedere un problema e segnalarlo, bisogna anche possedere la maturità e le capacità necessarie per trasformare quell’osservazione in una proposta costruttiva.
Altrimenti si rischia di cadere nella sterile polemica, creando contrapposizioni anziché opportunità di crescita.
Per questo credo che un giovane che aspira a diventare un buon leader debba investire non soltanto nella preparazione tecnica, ma anche nello sviluppo delle soft skills: intelligenza emotiva, ascolto, comunicazione assertiva, diplomazia e capacità di comprendere le dinamiche umane e organizzative.
Saper evidenziare un problema senza mortificare chi ci ha preceduto, proporre una soluzione senza mettere in discussione l’autorevolezza di chi comanda e suggerire una rotta diversa senza sminuire il valore del percorso già compiuto sono, a mio avviso, autentiche capacità di leadership.
Naturalmente, la responsabilità è reciproca. Chi ricopre posizioni di comando dovrebbe saper creare un ambiente nel quale il contributo di un giovane non venga percepito come una minaccia, ma come una risorsa. Perché l’esperienza di chi guida e lo sguardo nuovo di chi arriva non dovrebbero essere in competizione, bensì completarsi.
Tornando alla metafora della barca, forse il punto non è stabilire chi abbia ragione tra chi naviga da trent’anni e chi è appena salito a bordo. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di navigare meglio, valorizzando tanto l’esperienza dei primi quanto le intuizioni dei secondi.
In fondo, essere quel “Qualcuno” significa anche trovare il coraggio di proporre un cambiamento, l’intelligenza di farlo con rispetto e l’umiltà di riconoscere che possiamo sempre imparare gli uni dagli altri.
E forse la leadership più autentica nasce proprio quando il “Comincio io” di qualcuno incontra un “Ti ascolto” da parte di chi ha la responsabilità di guidare, da parte di un leader mentore.
Inoltre Comandante, la ringrazio sinceramente, Comandante, per avermi inserito nella Sua newsletter e per questi preziosi spunti di riflessione, che rappresentano un’occasione di confronto e di crescita personale e professionale.
Un cordiale saluto e buon vento!
Grazie caro Raffaele per questa riflessione, che arricchisce molto il tema da me introdotto.
Mi piace particolarmente il passaggio dal “Comincio io” al “Ti ascolto”: il coraggio di proporre ha bisogno di incontrare la capacità di ascoltare. È proprio lì che esperienza e nuove idee smettono di contrapporsi e iniziano a generare crescita.
Le migliori fortune anche a te,
Leo
Buonasera grazie per questo spunto.
Quante volte l’ho sentita questa frase. E quante volte ho deciso di non aspettare quel “Qualcuno”, ma di metterci la faccia in prima persona.
Però c’è un aspetto di cui si parla troppo poco quando si invita la gente a fare il primo passo: il prezzo delle conseguenze.
Decidere di alzarsi in piedi, al lavoro o nella vita, non è mai una scelta indolore:Significa esporsi al giudizio e alle critiche. Significa rischiare di rimanere soli se gli altri indietreggiano per paura. Significa pagare un costo, personale o professionale.
Moltissime persone nei vari lavori che ho svolto mi hanno detto che ho coraggio. Ma io non sono d’accordo. Coraggioso è chi si butta tra le fiamme per salvare una vita a rischio della propria.
Quando in gioco c’è il tuo lavoro, la tua dignità o la tua comunità, agire non è coraggio: è senso di responsabilità.
E non lo si fa per ambire alla “leadership”, per cercare un titolo o per dire agli altri cosa fare.
Lo si fa per rispetto di se stessi e dei propri valori. Lo si fa con la speranza sincera che quel gesto spinga anche gli altri a farsi avanti, affinché quel “Qualcuno” diventi finalmente “Ognuno”.
Non è ricerca di potere. È la volontà di confrontarsi alla pari, lottando con correttezza per ciò che si ritiene giusto.
A costo di pagarne il prezzo.
Caro Antonio grazie davvero per questo contributo.
Hai evidenziato un aspetto fondamentale che nell’articolo è solo accennato e che merita di essere approfondito: assumersi una responsabilità ha quasi sempre un prezzo.
È facile parlare del “primo passo” quando lo immaginiamo come un gesto eroico o gratificante. Molto meno quando quel passo può comportare critiche, isolamento, incomprensioni o conseguenze personali e professionali.
Mi ha colpito molto una tua affermazione: “Quando in gioco c’è il tuo lavoro, la tua dignità o la tua comunità, agire non è coraggio: è senso di responsabilità.”
Credo che racchiuda una verità profonda.
Forse, infatti, la leadership autentica non nasce dal desiderio di guidare gli altri, ma dalla fedeltà ai propri valori. Non dalla ricerca del potere, ma dalla disponibilità a fare ciò che riteniamo giusto anche quando sarebbe più semplice voltarsi dall’altra parte.
Condivido anche il tuo auspicio finale: trasformare quel “Qualcuno” in “Ognuno”.
Perché le organizzazioni, le comunità e perfino la società cambiano davvero non quando emerge un singolo leader da seguire, ma quando sempre più persone decidono di assumersi la propria parte di responsabilità.
Grazie per aver arricchito la riflessione con la tua esperienza e la tua sensibilità. Commenti come il tuo ricordano che dietro ogni scelta responsabile c’è spesso una storia personale, fatta di convinzioni, sacrifici e coerenza.
Un caro saluto,
Leo
Complimenti per lo spunto di grande impatto e grazie per averlo condiviso!
È davvero bello leggere i tanti commenti! Sposo appieno il valore della tua riflessione: il passaggio dal “Qualcuno dovrebbe” al “Cosa posso fare io?” è l’atto fondante della responsabilità personale e, di riflesso, della leadership.
Vorrei però sottolineare alcune sfumature fondamentali con cui mi scontro quotidianamente nel mio piccolo: l’energia, il tempo e la sua velocità, le priorità, l’esempio.
C’è un tema di sostenibilità in questo sforzo: farsi carico delle cose richiede un dispendio di energie fisiche e mentali enorme, in un momento storico in cui siamo sommersi da input veloci e immediati — che viaggiano alla velocità di WhatsApp — azzerando, in alcuni, persino il tempo di riflessione.
Molto spesso la disponibilità di chi decide di non stare a guardare — che sa quasi d’altri tempi — viene data per scontata. Poco male, fa parte del gioco. Tuttavia, il tempo e le energie non sono risorse infinite e ciascuno di noi si muove contemporaneamente all’interno di più contesti d’azione: la professione, la famiglia, la vita sociale.
Come giustamente sottolinei, esercitare la leadership non significa caricarsi di tutto, farsi travolgere dalle urgenze altrui o dire sempre di sì, ma implica, a mio parere, un’ulteriore decisione strategica: agire per priorità.
Essere quel “Qualcuno” significa saper scegliere dove e come incanalare il proprio tempo e le proprie energie per incidere davvero, senza rischiare l’esaurimento e garantendo equilibrio in tutti i ruoli che rivestiamo nella vita.
C’è poi una sfida nella sfida: come trasmettiamo questa capacità agli altri, a partire dai nostri figli? Come li alleniamo a gestire il proprio tempo e a filtrare questa velocità per evitare che diventino reattivi a ogni stimolo anziché trascinatori della propria vita? L’esempio e l’educazione possono bastare?
Concluderei legando il tema del coraggio come primo passo a una citazione che trovo splendida, incisa su una targa in ufficio: «Il coraggio non è rischiare quando non hai altra scelta, ma è quando il rischio è la tua scelta». Alla fine, scegliere di farsi avanti significa proprio questo.
Un grande abbraccio, Leo!
Grazie di cuore caro Giorgio per questo commento così ricco e profondo.
Hai colto un aspetto che considero fondamentale e che spesso viene trascurato quando si parla di responsabilità e leadership: il tempo e l’energia sono risorse limitate.
Mi ritrovo molto in ciò che scrivi. A volte si rischia di interpretare il messaggio “Comincio io” come un invito a farsi carico di tutto, a risolvere ogni problema o a rispondere a ogni richiesta. In realtà, credo che una leadership matura richieda anche la capacità di decidere dove investire le proprie energie per generare il maggior valore possibile, senza perdere equilibrio tra lavoro, famiglia e vita personale.
Mi ha colpito molto il passaggio in cui affermi che essere quel “Qualcuno” significa scegliere dove e come incanalare il proprio tempo e le proprie energie. È una prospettiva che condivido pienamente. In fondo, assumersi una responsabilità non significa dire sempre sì, ma anche saper distinguere ciò che è importante da ciò che è soltanto urgente.
Trovo poi bellissima la domanda finale sui figli e sull’educazione. Credo che l’esempio resti il punto di partenza più potente che abbiamo, ma probabilmente non basta. Dobbiamo anche insegnare loro il valore della riflessione, della pazienza e della responsabilità personale in un mondo che tende a premiare soprattutto la velocità e la reazione immediata.
Infine, la citazione che hai condiviso è davvero splendida: «Il coraggio non è rischiare quando non hai altra scelta, ma è quando il rischio è la tua scelta.»
Credo che si colleghi perfettamente al cuore dell’articolo.
Grazie davvero per aver aggiunto un tassello così importante alla discussione. Commenti come il tuo dimostrano che la leadership non è soltanto fare il primo passo, ma anche imparare a farlo con consapevolezza, equilibrio e rispetto delle proprie risorse.
Un grande e caloroso abbraccio,
Leo
Questo articolo mi ha fatto riflettere su quanto spesso aspettiamo che sia qualcun altro a fare il primo passo.
Per me la leadership nasce proprio quando decidiamo di assumerci la responsabilità del nostro contributo, anche con piccoli gesti quotidiani.
Ho apprezzato molto la chiarezza e la semplicità con cui hai affrontato un tema così importante, trasformandolo in uno spunto concreto di crescita personale.
Complimenti per l’articolo: un messaggio che invita a fermarsi, riflettere e agire.
Grazie di cuore Bonificio per il tuo commento.
Hai colto perfettamente il messaggio che volevo trasmettere: molto spesso attendiamo che sia qualcun altro ad agire, mentre il cambiamento inizia proprio quando ciascuno di noi decide di fare la propria parte.
Condivido in particolare il riferimento ai piccoli gesti quotidiani. La leadership, infatti, non si manifesta solo nelle grandi decisioni o nei ruoli formali, ma soprattutto nelle scelte di ogni giorno, quando decidiamo di assumerci la responsabilità del nostro contributo senza aspettare che siano gli altri a muoversi per primi.
Sapere che l’articolo abbia stimolato una riflessione personale per me è il miglior risultato possibile.
Grazie per aver dedicato il tuo tempo alla lettura e per aver condiviso il tuo pensiero.
Leo Ferrante
Giuste riflessioni…purtroppo (e non può e non deve essere una scusante)siamo in periodi dove si teme fare la prima mossa…ci si chiede prima: posso farlo?a chi tocca farlo? Anziché muoversi in prima persona e portare, secondo le proprie possibilità e forze, a compimento una determinata azione…abbiamo messo da parte l ‘istinto e la volontà di fare per ‘paura’ di sconfinare dalle regole….dobbiamo rimettere in movimento la genialità,l’improvvisazione ragionata data dalle situazioni che ci troviamo ad affrontare…insomma tornare a “quel che eravamo” ma aperti al futuro e a dare gli esempi senza timore di sbagliare….
Caro Leano,
condivido pienamente questa riflessione. Il rispetto delle regole è fondamentale, ma quando diventa paura di agire rischia di trasformarsi in immobilismo. La leadership autentica nasce proprio dall’equilibrio tra responsabilità e iniziativa: comprendere il perimetro entro cui muoversi e, una volta compreso, avere il coraggio di fare il primo passo.
Troppo spesso ci chiediamo “a chi spetta?” o “posso farlo?” prima ancora di domandarci “come posso contribuire?”. Le organizzazioni crescono quando le persone smettono di essere semplici esecutori e diventano protagonisti responsabili.
Recuperare la capacità di decidere, improvvisare con intelligenza e assumersi la responsabilità delle proprie azioni non significa ignorare le regole, ma interpretarle con buon senso e orientamento al risultato. In fondo, la leadership è anche questo: dare l’esempio, accettando il rischio di poter sbagliare pur di non rinunciare ad agire.
“La differenza tra chi guida e chi aspetta non è l’assenza di paura, ma la capacità di trasformare l’incertezza in azione responsabile.”
Alleniamoci anche a questo.
Leo
Buongiorno Leo,
Ti ringrazio per la tua riflessione, spunto di ulteriori pensieri.
Condivido quasi tutto ciò che scrivi.
Sono sempre stata la prima a mettermi in gioco invece di dire “qualcuno dovrebbe fare qualcosa”.
Sempre nella mia vita, pagandone anche le conseguenze.
Quando si decide che non è “qualcuno” ma che sei tu personalmente e direttamente a dover fare qualcosa se ci tieni a risolvere un problema, piccolo o grande che sia, sempre si devono considerare le conseguenze.
Queste fanno indietreggiare la maggior parte delle persone, perché pagare le conseguenze non è da tutti.
I colleghi, nei vari lavori che ho svolto, me lo hanno sempre detto che ho coraggio.
Io non sono d’accordo: coraggioso è chi si butta tra le fiamme per salvare una vita a rischio della propria.
Ma quando è la tua vita a essere coinvolta, quando paghi le conseguenze anche non facendo niente, anche aspettando un fantomatico “qualcuno”, allora agire non è coraggio, ma responsabilità.
Tu però introduci il nesso tra questo e la leadership, e su questo non concordo.
Quando ci alziamo in piedi per essere noi quel “qualcuno”, lo facciamo come senso di responsabilità nei confronti nostri, dei nostri figli, della comunità, della società ecc.
Lo facciamo come assunzione di responsabilità condivisa, lo facciamo perché speriamo che tutti sentano lo stesso senso di responsabilità e che “qualcuno” diventi “ognuno”.
Anzi, non riusciamo a capire come mai altri non si alzano in piedi e facciano lo stesso.
Chi decide di essere quel “qualcuno” lo fa non perché ambisce alla leadership o per dare spazio al desiderio di essere leader ma perché si crede fermamente che se tutti, stando allo stesso livello, si impegnassero, otterremmo un risultato.
Quindi responsabilità diffusa e non leadership, perché il leader è quello che decide per noi e vindice cosa fare.
Ma la responsabilità diffusa non è leadership diffusa, è anzi confronto alla pari con gli altri, avendo il coraggio delle proprie convinzioni e lottando, con correttezza, per esse.
Cara Catia,
grazie per questo contributo così ricco e autentico. Ho apprezzato molto il passaggio in cui distingui il coraggio dalla responsabilità. In effetti, molto spesso chi decide di agire non lo fa per eroismo, ma perché comprende che il costo dell’inazione sarebbe ancora più alto.
Concordo anche sul fatto che chi si alza in piedi per affrontare un problema raramente lo faccia con l’ambizione di diventare un leader. Nella maggior parte dei casi lo fa per senso del dovere, per coerenza con i propri valori o perché sente di non poter delegare ad altri ciò che ritiene giusto fare.
Dove forse la vedo diversamente è nel significato che attribuisco alla leadership. Nel mio articolo non intendevo la leadership come posizione gerarchica, né come il potere di decidere per gli altri. Anzi, credo che questa sia una delle interpretazioni più limitanti del concetto.
Per me la leadership nasce proprio nel momento in cui una persona sceglie di assumersi una responsabilità che potrebbe tranquillamente lasciare ad altri. Nasce quando qualcuno fa il primo passo, non per comandare, ma per dare un esempio. Non perché gli altri debbano seguirlo, ma perché il suo comportamento dimostra che un’alternativa all’attesa è possibile.
In questo senso, la responsabilità diffusa che tu auspichi e che condivido pienamente rappresenta forse la forma più evoluta di leadership: una leadership che non concentra il potere, ma genera consapevolezza e partecipazione. Una leadership che non crea seguaci, ma spinge altre persone ad assumersi a loro volta la propria quota di responsabilità.
Probabilmente ci troviamo molto più vicini di quanto sembri: tu metti l’accento sulla responsabilità condivisa, io sul fatto che il primo atto di leadership sia assumersi quella responsabilità in prima persona.
Grazie davvero per aver arricchito la discussione con il tuo punto di vista.
Un caro saluto,
Leo
Mi ritrovo molto in queste parole, anche pensando alle esperienze che ho vissuto e alle persone con cui ho avuto modo di lavorare. Ho imparato che assumersi una responsabilità non significa avere sempre la risposta giusta, ma essere disposti a prendere una decisione, metterci la faccia e accettarne le conseguenze. Non sempre ci sono riuscito come avrei voluto, e forse proprio dagli errori ho imparato di più. Con il tempo ho capito anche quanto conti l’esempio personale: è difficile chiedere agli altri ciò che noi per primi non siamo disposti a fare. Una riflessione che condivido e che offre l’occasione per interrogarsi sul proprio modo di agire, sia nella vita professionale sia in quella personale.
Grazie davvero Luca per questa profonda riflessione, nella quale mi ritrovo molto.
Hai sottolineato un aspetto che considero fondamentale: “assumersi una responsabilità non significa avere sempre la risposta giusta”. Significa essere disposti a scegliere, metterci la faccia e, quando sbagliamo, avere l’onestà e l’umiltà di riconoscerlo e imparare dall’esperienza.
Mi piace molto anche il tuo riferimento all’esempio personale. Possiamo parlare a lungo di leadership, valori e responsabilità, ma poi sono soprattutto “i nostri comportamenti quotidiani a rendere credibili le nostre parole”.
Forse è proprio questo uno degli allenamenti più difficili alla leadership: non pretendere di essere infallibili, ma cercare ogni giorno di essere coerenti.
E quando non ci riusciamo, avere il coraggio di fermarci, imparare e ripartire.
Grazie per aver arricchito l’articolo con la tua esperienza personale. È proprio questo confronto che dà senso ad “Alleniamoci alla leadership!”
Un caro saluto,
Leo
Grazie della speciale riflessione.
Ognuno è padrone della propria vita e porsi le giuste domande è il primo passo per crearci il nostro successo.
Iniziamo la nostra giornata da attori e non da spettatori .
Sempre letture poténti, grazie Leo.
Ottima considerazione Pamela,
hai colto pienamente il senso della mia riflessione: porsi le domande giuste è spesso il primo passo per smettere di aspettare che qualcosa accada e iniziare a costruire ciò che dipende da noi.
Mi piace molto la tua immagine: iniziare la giornata da attori e non da spettatori. In fondo, è proprio lì che responsabilità personale e leadership si incontrano.
Grazie per continuare ad accompagnarmi in questo percorso di Alleniamoci alla leadership! Alla prossima!
Buonasera, felice di aver ricevuto questa graditissima email dal Maestro della Leadership, la mia domanda è: cosa possiamo fare per migliorare il disastro mondiale che sta causando qualcuno per rimanere Leader senza avere le giuste competenze? Quelle competenze che non vengono rispettate, improvvisando chi vogliamo essere, non ammettendo gli errori fatti; forse questa volta il coraggio è sovrastato dal dubbio, dalla poca capacità di agire o è meglio pensare: “Qualcuno farà qualcosa, nel dubbio lascio perdere”. L’iniziativa nel gruppo a volte ti porta alla sconfitta. A parer mio non tutti siamo in grado di essere Leader, questa è la nostra Italia.
Caro Giuseppe, grazie davvero. E lasciami innanzitutto sorridere per quel “Maestro della Leadership”: continuo a preferire l’idea di essere, insieme a voi, una persona che alla leadership prova ad allenarsi ogni giorno.
La tua riflessione pone però una questione importante: prendere l’iniziativa non significa necessariamente essere leader, così come occupare una posizione di leadership non significa automaticamente saperla esercitare.
Servono competenza, consapevolezza dei propri limiti, capacità di ascoltare e, soprattutto, disponibilità ad ammettere gli errori e a correggere la rotta.
Hai ragione anche su un altro punto: fare il primo passo può portare alla sconfitta. La leadership non offre alcuna garanzia di successo. Ma credo che proprio qui emerga una distinzione fondamentale: assumersi una responsabilità non significa agire a ogni costo. A volte leadership significa intervenire, altre volte fermarsi, ascoltare, chiedere aiuto o riconoscere che qualcun altro possiede competenze migliori delle nostre.
Sul fatto che non tutti siano in grado di essere leader, aggiungerei però una sfumatura. Non tutti devono guidare gli altri, ma tutti possiamo allenarci a guidare meglio noi stessi e ad assumerci la responsabilità della parte che ci compete.
Per me il senso di “Comincio io” è proprio questo: non “so io cosa bisogna fare”, ma “comincio io ad assumermi la mia parte di responsabilità”.
Ed è forse proprio quando il contesto diventa difficile che questa piccola differenza diventa ancora più importante.
Grazie Giuseppe, perché con il tuo commento hai aggiunto una domanda all’articolo. E, come provo spesso a ricordare, “allenarsi alla leadership” significa anche imparare a convivere con le domande, non soltanto cercare risposte.
Un caro saluto,
Leo
Come sempre tutto super corretto. Nulla da aggiungere ma solo da prendere come esempio
Grazie davvero caro Antonio!
Parole come le tue fanno piacere, ma sono anche un bellissimo stimolo a continuare.
Più che essere un esempio, mi piace pensare che possiamo “allenarci insieme alla leadership”, ogni giorno, attraverso le nostre scelte e i nostri comportamenti.
Grazie per esserci e per continuare a leggermi!
Grazie per questo spunto. Hai toccato un punto cruciale: l’attesa è una zona di comfort che spesso si trasforma in una gabbia di frustrazione. Il passaggio da spettatori ad attori è il vero spartiacque della crescita personale e professionale. La leadership non si riceve per nomina, si dimostra con l’iniziativa. Complimenti come sempre!
Raffaele, grazie davvero per questa riflessione. Hai colto perfettamente il cuore del messaggio: il passaggio da spettatori ad attori avviene quando smettiamo di aspettare che sia qualcun altro a fare il primo passo e riconosciamo la parte di responsabilità che appartiene a noi.
Mi piace molto anche ciò che scrivi sulla leadership: non basta una nomina per diventare leader. Sono l’iniziativa, l’esempio e la capacità di assumersi responsabilità a renderla concreta ogni giorno. Forse il primo passo della leadership è proprio questo: smettere di aspettare “Qualcuno” e scegliere, quando possiamo, di diventarlo noi.
Grazie per aver arricchito la riflessione!